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Psicopandemia di coppia, noia e convivenza forzata: come sopravvivere senza uno scopo

Psicopandemia di coppia: tutti o quasi hanno visto la propria vita messa sottosopra dal Covid19. Ma come ha reagito la coppia? Noia, vita sociale ridotta al lumicino, più tempo da spendere insieme: in molti si sono ritrovati spiazzati.

Chi era abituato a passare il proprio tempo più fuori che dentro casa – tra lavoro, sport e commissioni varie – si è ritrovato chiuso entro lo spazio di 4 mura, con la compagnia h24 del proprio partner. E non sempre sono state tutte rose e fiori.

Quando si parla di coppia, non si può non partire dall’individualità di ognuno. Il 2020 è stato un anno complicato, segnato da una pandemia che ha sconvolto la vita di tutti, nessuno escluso. Il New York Time, qualche giorno fa, ha definito “languishing” l’emozione del 2021. Cioè “una sensazione inspiegabile che ci portiamo dietro dal lockdown, un’assenza di benessere. Non si è depressi, ma semplicemente privi di gioia”. Una condizione che, interessando l’individualità, si è ripercossa sulla coppia.

Lo psichiatra e terapeuta Philippe Caillè sostiene che “una coppia funziona quando 1+1 è uguale a 3. Cioè quando l’unione di due individui permette a entrambi di mantenere i propri spazi di individualità e, parallelamente, permette di costruire insieme uno spazio più esteso dell’individualità”, ci spiega la psicologa e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia.

“La coppia, del resto, è sempre un incastro di due mondi interni, che presuppone un equilibrio in continua rimodulazione. Con la pandemia ci sono state coppie troppo ‘lontane’ a causa della distanza geografica e coppie troppo ‘vicine’ costrette in uno stesso spazio, senza possibilità di portare avanti le proprie abitudini quotidiane. Ciò, in entrambi i casi, ha dato il senso del limite. Il tempo, da esterno e cronologico è diventato un tempo interno e psicologico. I modi di esprimere si sono trasformati e a volte sono venuti a mancare: tutto ciò che era sopito inevitabilmente è emerso”.

Relazione di coppia, 3 eventi e una nuova dimensione

In ogni relazione non si è mai in due, quindi, ma si è sempre in tre. Ci sono i due partner e c’è la relazione di base. Per questo è sulla relazione che occorre lavorare.

“Il Matrimonio, la convivenza o una relazione affettiva duratura nascono con l’obiettivo di accedere a una nuova dimensione, che ha lo scopo di arricchire, trasformare, rendere proprio quanto già abbiamo sperimentato sul piano affettivo e relazionale nei contesti familiari o sociali di appartenenza”, spiega ancora Chiara Gioia.

La coppia è portatrice di aspettative, idee e bisogni di ognuno chesi traducono in una trama narrativa. La terapia del singolo, non a caso, è sempre una narrazione, allo stesso modo lo è la terapia della coppia. Per questo è importante narrare sia tutto ciò che accade a livello individuale, sia tutto ciò che accade nella coppia. Se si arriva in terapia come coppia è sbagliato puntare l’attenzione su uno dei due partner: l’attenzione va centrata sull’elemento coppia”. 

Coppia, cosa ha comportato la pandemia da Covid19

Le crisi in una coppia esistono da sempre, indipendentemente dalla pandemia. Gli effetti del Covid19 e delle nuove regole da seguire “sono stati quelli di amplificare, in maniera più o meno cosciente: fantasie, bisogni e desideri da agire nei confronti dell’altro, in modo da imporre il ruolo richiesto, attribuendo a se stesso un ruolo complementare. La pandemia ha portato, in molti casi, ad una convivenza forzata: che, se da un lato può rinsaldare i rapporti di coppia e i legami familiari, dall’altro, al contrario, può mettere a nudo fragilità rimaste a lungo latenti”. 

Non tutte le coppie sono uscite salve dalla pandemia. Alcuni partner hanno preso strade differenti, scegliendo di separarsi.

Che meccanismi sono scattati tra chi ce l’ha fatta e chi ha preferito lasciarsi? 

La coppia che ce l’ha fatta, probabilmente, aveva bisogno di trovare un nuovo spazio: precisamente un proprio spazio. Spesso, in casi come questi, si tratta di una coppia che è uscita rafforzata dalla situazione pandemica, perché vi ha trovato il terreno fertile per nutrire il rapporto. La vita pre Covid, vissuta per gran parte del tempo fuori casa – presi entrambi dagli impegni lavorativi e dalla frenesia della società – aveva rischiato di far perdere i due partner: ma la pandemia è riuscita a farli ritrovare, offrendogli l’opportunità di riscoprirsi, passando più tempo insieme, vicini. Al contrario, ovviamente, la coppia che ha interrotto la propria relazione ha visto emergere, con la pandemia, contenuti e problemi che, probabilmente, si trascinavano da tempo, ma che erano rimasti nascosti. Potremmo chiamarlo il ‘non detto’. I ritmi di una vita veloce aveva fatto sì che la quotidianità funzionasse, con tante criticità sottaciute, omesse che il Covid19 ha portato a galla in maniera evidentemente irrimediabile”. 

Psicopandemia, la nuova ritualità anti ‘appiattimento’ e il riconoscimento dell’identità del partner

La sensazione di stagnazione, di vuoto, di appiattimento: quella dimensione del “languishing” – termine coniato dal sociologo Corey Keyes – non è un fenomeno riferibile solo al singolo individuo,  investe l’intero spazio di una coppia “intendendo quei momenti in cui si dedica un’attenzione frammentata al proprio partner. In questo modo – continua Chiara Gioia non si tende al nutrimento del rapporto, perché non si è costanti nell’occuparsi e preoccuparsi del proprio benessere e di quello della coppia stessa. Sarebbe utile, allora, ridefinire una ritualità all’interno delle quattro mura in cui il lockdown ha costretto i partner, ma anche nel post pandemia”.

La coppia ha insita una sua dinamicità, “avvalorata dall’elemento della flessibilità: i partner decidono insieme cosa è funzionale alla crescita del rapporto. In alcuni casi si potrebbe parlare dei cosiddetti ‘compromessi’. Entrambi i partner, in una relazione, si rapportano con l’altro riconoscendo l’altrui identità. Il proprio compagno ha un modus operandi e pensieri già strutturati al di fuori della relazione. Così la relazione diventa uno scambio reciproco sia a livello individuale che di coppia”. 

“Le relazioni evolutive – conclude la psicologa e psicoterapeuta Chiara Gioia – tendono alla crescita laddove l’altro non viene percepito come non funzionale. Nella pratica clinica può capitare che la situazione paradossale in cui uno dei due partner mette in atto schemi relazionali disfunzionali, magari vissuti durante la propria infanzia: molte ricerche, infatti, dimostrano come diverse vittime, nelle relazioni adulte, tendano a restare attaccate al partner, a volte abusante, malgrado vi sia una situazione di sofferenza, a causa di bassa o scarsa autostima, mancanza di fiducia in sé e, ancora, mancanza di fiducia sulla possibilità di avere una relazione equilibrata e soddisfacente”.

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Red-haired girl is home-schooled due to the coronavirus pandemic.

Post Covid, non basta un tampone negativo per riprendersi la propria vita

26 aprile, una nuova liberazione per l’Italia che combatte contro il Covid 19. Ma saremo pronti? Per tornare alla vita che abbiamo lasciato non basta un Dpcm, né possiamo semplicemente premere il tasto ON.

Sono tante le persone che il virus lo hanno vissuto sulla propria pelle e che non si sentono ancora pronte a tornare alla propria vita. Nonostante un tampone finalmente negativo. Il Post Covid presenta spesso il conto.

Non basterà riaprire i ristoranti e i bar. Non basterà riaprire i cinema e i teatri, le palestre e le piscine. Tutte, o quasi, le scuole, con i bus che torneranno, a tutte le ore, ad attraversare le nostre strade. Non basterà una parvenza di vita ‘normale’ dopo un terremoto sanitario, economico e sociale durato oltre un anno, che ci ha costretto in casa per tanto tempo: costringendoci a guardare il mondo da una finestra. Non basterà soprattutto a chi col virus ha combattuto tampone dopo tampone. 

“Tanti si sentiranno come un cigno nero. Perché non sempre il nostro tempo, quello della psiche, va di pari passo con quello di un tampone negativo o di una società pronta a ripartire”. L’effetto post Covid.

Se è vero che carta canta, non è altrettanto vero, allora, che chiunque abbia superato il Covid – e lo legga a chiare lettere su un referto medico – si senta pronto ad uscire di casa. Quella casa che prima è stata una costrizione, poi quasi una salvezza. In un interscambiarsi continuo di immagini ed emozioni interiori, spesso contrastanti. La psicologa e psicoterapeuta Chiara Gioia ci spiega cosa si prova, più spesso di quanto si creda.

Il Post-Covid: non basta un tampone per tornare alla vita

Perché l’immagine del cigno nero?

Perché è un’immagine che smentisce ogni nostra previsione. Prima che fosse scoperta l’Australia, si credeva che tutti i cigni fossero bianchi, per questo se ne era creata una vera e propria convinzione. L’assunto secondo il quale ‘Tutti i cigni sono bianchi’ Una volta giunti in Australia si scoprì una varietà di cigni nera, che ha rotto improvvisamente le pregresse convinzioni. Da allora, il termine ‘cigno nero’ viene utilizzato per indicare tutti quegli eventi, non previsti, che in qualche modo alterano la visione comune delle cose. In questo caso il cigno nero è il Covid19, la pandemia: un evento improbabile, con peculiarità ben precise, che ha portato a cambiare la visione delle cose e a cambiare ogni aspetto della nostra vita, generando malattie e morte”.

La pandemia è arrivata come un cigno nero, quindi, “come un evento di grande portata, inaspettato, che ha assunto caratteristiche catastrofiche. E il colore nero, nello specifico ha acquisito – in relazione al Covid19 – significati ben specifici di malattia, morte, addirittura pensieri legati all’idea di un complotto da parte di una nazione nemica. Tantissime sono state le interpretazioni di coloro che hanno sentito la necessità di ricercare una causa esterna a tanta sofferenza, o anche di un’ombra minacciosa che molti hanno interpretato come il lato oscuro della Natura, che vuole opporsi ad un modus operandi inflazionato degli uomini. Secondo questa chiave di lettura, ad esempio, la natura ha cercato di confinare l’uomo dentro le quattro mura della sua casa: lontano dagli altri, dagli affetti, dalle relazioni sociali, necessarie a nutrire il proprio benessere. Lontano dalla quotidianità di sempre e inerme di fronte ad un evento tanto terribile”. 

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Catcalling e donne: anche un fischio e un colpo di clacson in strada sono molesti

Perché una ragazza deve provare timore o imbarazzo anche solo andando a fare una passeggiata al parco? Catcalling e polemiche, in un’Italia social che si è ritrovata a fare i conti con un fenomeno di cui si è sempre parlato e conosciuto poco, soprattutto a partire dal suo nome.

Tutto è cominciato da alcune storie Instagram di Aurora Ramazzotti, figlia del cantautore italiano Eros Ramazzotti e della presentatrice tv svizzera Michelle Hunziker. Con Catcalling si intendono tutte quelle forme di apprezzamento rivolte a una donna da parte di sconosciuti per strada. Un termine che in Italia – pensando soprattutto al linguaggio dei media – era più comunemente noto come ‘molestie da strada’. Si badi bene: per molestie non si fa riferimento a nulla di propriamente fisico. Ciò non vuol dire, tuttavia, che un fischio, una strombazzata di clacson o un apprezzamento volgare non possano essere indesiderati, svilenti e, soprattutto, molesti per la donna che li riceve.

Il Catcalling è un fenomeno “improvvisamente sotto i riflettori, sul quale, però, credo sia opportuno fare un’attenta analisi che si spogli di tutte quelle ‘trappole’ che le parole e il linguaggio comune oggi possono porre“, spiega al Capoluogo la psicologa e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia, nel consueto appuntamento settimanale pubblicato dal Capoluogo.

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Il fenomeno ha alla base un linguaggio scurrile, poco elegante e irrispettoso: con frasi sessiste che vengono rivolte alle donne da parte di uomini più o meno giovani“. Partendo dal significato che, a livello collettivo, è più o meno riconosciuto, “vediamo come il catcalling possa considerarsi una molestia sessuale non agìta, bensì parlata, che avviene in strada“.

Catcalling, l’etimologia di un fenomeno fatto di apprezzamenti indesiderati

Il catcalling è un termine di derivazione inglese, lingua in cui la parola è attestata col significato attuale a partire dal 1956. Catcalling, in questo contesto, si forma dal verbo (to) catcall, documentato già a partire dalla seconda metà del Settecento, per indicare rispettivamente l’atto di fischiare a teatro gli artisti sgraditi e il fischio di disapprovazione stesso, quindi per dichiarare un non gradimento. Il sostantivo catcall, nel significato originario di ‘verso che i gatti fanno di notte’, è attestato dalla seconda metà del Seicento“, ci spiega Chiara Gioia.

Commenti volgari, cat calling, fischi, schiocchi, sorrisi e attenzioni non sollecitate da parte di un gruppo di maschi – magari  fisicamente imponenti – hanno il potere di intimorire, di generare disagio in alcune donne più o meno giovani. Per questo simili atteggiamenti alla base del Catcalling sono decodificati come una vessazione, un’espressione anche di bullismo, ancora un maschilismo enfatizzato e dichiarato.

La parola catcalling, infatti, indica una serie complimenti non richiesti, “spesso commenti con valenza sessuale, volgari, indirizzati al corpo della ‘vittima’ o al suo atteggiamento. Non solo complimenti però: il catcalling comprende anche fischi e strombazzate dall’auto, domande invadenti, offese e perfino insulti veri e propri che, in quanto ritenuti espressione di una mentalità sessista e svalutante, costituiscono un tipo specifico di molestia sessuale e, in particolare, di molestia di strada“.

Catcalling, il contesto di un complimento: esempi storici di cultura del “fischio”

“Che a una donna possa far piacere ricevere dei complimenti oramai è fuori discussione, il problema nasce quando tali complimenti non rientrano in contesti riconosciuti, con un linguaggio idoneo e da parte di persone che siano riconosciute  da parte della donna che li riceve. Il fenomeno in questione rappresenta uno sconfinamento nell’altro (cioè la donna) e un mancato riconoscimento degno di rispetto. Ma per comprenderlo realmente è interessante porre l’attenzione sull’atteggiamento di ‘fischiare’, da parte degli uomini nei confronti delle donne”.

Ad esempio alle pendici dell’Himalaya, i canti degli uccelli si mescolano, di tanto in tanto, con fischi di altra natura: sono quelli emessi dai ragazzi di etnia Hmong impegnati a corteggiare le coetanee. Quello dei giovani Hmong è un vero e proprio codice di comunicazione segreto per veicolare poesie e messaggi d’amore: se la ragazza è interessata risponderà fischiando a sua volta, con un linguaggio che permette di flirtare a distanza senza rivelare ad altri l’identità della coppia.

O ancora il fischiare del pastore, oppure i fischi “criptici” sono stati usati più volte in tempi di guerra. Continuando a guardare le culture, gli antichi testi cinesi raccontano di popolazioni che fischiavano versi taoisti in una particolare forma di meditazione (nel sud della Cina esistono ancora diverse comunità di ‘fischiatori’). Altre forme di comunicazione simili sono state trovate in Turchia, Messico e Grecia.

“Tutte queste curiosità culturali sono importanti per comprendere come in realtà l’atto del fischiare abbia poi subito una evoluzione che ha generato un significato sicuramente negativo, che oggi si trova su un labile confine per cadere nel penale, come è già accaduto in altri paesi europei”. 

Parte del problema nel sottovalutare la negatività insita nel fischio è, probabilmente, causata anche dall’ambiguità che ne caratterizza il gesto e il rispettivo significato. Lo sottolinea Chiara Gioia.

La dinamicità nell’utilizzare questo termine porta a far sentire la donna come un oggetto a connotazione sessuale, ne lede la dignità. Il fischio ricevuto viene sentito come un atto discriminatorio che si pone come obiettivo quello di ‘mettere in scena’ un immaginario che da sempre appartiene alla cultura umana, vale a dire la considerazione dell’uomo più forte della donna. Ora – partendo dal presupposto che ci sono anche forme di goliardia che obiettivamente non denigrano la figura della donna – nel commento o nell’atteggiamento che si mette in atto quando si parla di catcalling, si  esprime una necessità psichica di ‘rimettere a posto i ruoli’, di porre l’accento su chi è più forte, con valenza logicamente negativa.

Il Catcalling attiva tutta una serie di dinamiche intrapsichiche nella donna che subisce il fenomeno. Donna che inizia a provare rabbia, frustrazione, impotenza, perfino debolezza. Tanto che, in alcuni casi, subisce anche condizionamenti nelle proprie abitudini.

Nonostante le statistiche mostrino che le molestie sessuali siano più comuni all’interno della propria cerchia di conoscenze ed in famiglia, la paura degli estranei – percepiti come maggiormente imprevedibili – rimane forte e riemerge spesso dopo un episodio di catcalling. Per sentirsi più sicure, allora, le donne limitano i propri movimenti e la propria libertà, evitando alcuni luoghi dopo certi orari, tenendo in mano un mazzo di chiavi o scegliendo strade percepite come più ‘tranquille’ per tornare a casa”.

“Il catcalling è una disfunzione culturale, per tale motivo sono necessarie la prevenzione e l’educazione già dai primi anni di scuola, quale agenzia educativa e formativa d’eccellenza insieme alla famiglia. Agendo fin dall’infanzia si può contribuire a creare una forma mentis dedita al rispetto reciproco, in cui ognuno ha dei ruoli ben delineati e riconosciuti. Il catcalling è una forma espressiva che fa sentire all’uomo la necessità di avere potere sulle donne, di marcare una differenza di genere basata sulla forza e sulla possessività”.

Non può e non deve essere assecondato.

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Niente Pasqua con chi vuoi, tradizioni ancora rimandate: ma siamo stanchi

Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi. Non reggono neanche più i detti popolari ai tempi del Covid. Tempi che vedranno una Pasqua ‘in solitudine’. Perché gli assembramenti restano severamente vietati.

Pasqua senza rimpatriate, senza allegri pranzi con la famiglia al completo, senza l’attesa di una pasquetta in cui si spera non piova, per poter trascorrere una bella giornata in compagnia. Riti e tradizioni di nuovo rimandati causa Covid. Adesso, però, la gente è stanca, anzi “Stanca e arrabbiata“.

Non poter organizzarsi con le lunghe tavolate per celebrare la Pasqua amplificherà il senso di solitudine di tutti. Bisogna considerare, poi, il pregresso: quindi come si arriva a queste nuove restrizioni. L’intero il 2020 è stato segnato da regole e limitazioni: dopo un anno è cambiato ben poco. Per questo in molti si scateneranno emozioni negative. Nessuno, in Italia, conosce ancora la data in cui l’incubo Covid finirà. In cui stare insieme non sarà più vietato. C’è voglia di tornare a stare in contatto, c’è bisogno di socialità: l’impossibilità di tutto questo comanderà anche durante le Festività pasquali, generando soprattutto rabbia per una situazione di cui ancora non si intravede via d’uscita“. A parlare alla redazione del Capoluogo è la psicologa e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia, che offre una lettura psicologica su cosa significherà, per molti, trascorrere le festività pasquali sotto le restrizioni vigenti.

3,4 e 5 aprile: per il Paese zona rossa totale. Bisogna, ancora una volta, fare ricorso al proprio senso di responsabilità e dimostrare spirito di sacrificio. E sacrificio, in questo caso specifico, significa anche e soprattutto rinunciare a stare insieme.

Intanto “la collettività ha modo di interfacciarsi con notizie che arrivano dall’estero. Si parla di concerti con migliaia di persone, di normalità riacquistata, di fine dello stato di emergenza. Per il nostro paese, al contrario, la situazione richiede ancora un’attenzione massima. Le immagini viste al tg o gli articoli letti sui giornali su ripartenze non ancora possibili in Italia alimentano, sempre più, quelle emozioni negative che albergano da tempo dentro tantissime persone. Il sacrificio a cui tutti sono sottoposti, del resto, è facilmente riscontrabile in svariate forme. Ognuno si ritrova a costretto rassegnarsi, a dover rinunciare a qualcosa. Rinunce che – va precisato – avvengono mentre la normalità che tutti conoscevamo manca ormai da oltre un anno. E si va avanti con la dad, con la distanza da quei nonni che prima si vedevano spesso, con un’altra Pasquetta che salta. Ma se, a inizio pandemia, si sperava di recuperare queste tradizioni proprio quest’anno, oggi non ci sono più convinzioni: resta solo la speranza che la situazione si risolva prima o poi“.

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Depressed girl sitting on bench in park. Side view of frustrated young woman with closed eyes covering ears with hands and holding head. Depressive syndrome concept

Ansia, la risposta alle paure di un mondo che corre: come riconoscerla

Ansia, tantissimi ne parlano ma non tutti conoscono e riconoscono il problema. L’impatto del Covid è stato pesante: ansia da contatto, da assembramenti, da dad, da smart working e connessione ballerina, o da quella lunga attesa dell’esito di un tampone. L’ansia, però, non sempre è quello che pensiamo.

L’ansia, cos’è? Lo abbiamo chiesto alla psicologa e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia. “L’ansia è un processo psichico di risposta dell’organismo a stimoli esterni di paura“.

Un processo che porta il soggetto ‘vittima’ del disturbo ad adottare due opposte modalità di comportamento: l’attacco o la fuga. “Cioè tentativi di evitare quel pericolo esterno o di reagire con l’aggressione”.

“L’ansietà è un sottile rivolo di paura che si insinua nella mente. Se incoraggiata, scava un canale nel quale tutti gli altri pensieri vengono attirati”R. A. Block.

In molti casi l’ansia è una reazione normale a situazioni o imprevisti e, in questi contesti specifici, è da considerarsi positiva, perché imput all’azione. Le criticità maggiori si presentano, al contrario, quando si è in presenza di un’ansia patologica.

Oggi dire “ho l’ansia” è diventata quasi un’abitudine, spesso non giustificata da un’effettiva presenza del problema, soprattutto in “quei giovani che affermano di avere l’ansia solo perché ne hanno sentito parlare dagli adulti”. Occorre, tuttavia, “fare una distinzione in partenza: tra l’ansia normale e quella patologica. Differenti pur se il confine tra le due è difficile da stabilire”, ci spiega ancora Chiara Gioia.

Il paziente che manifesta ansia patologica tende a considerarsi vittima di un disturbo ansioso a prescindere. “Arriva in studio per sottoporsi alla terapia già nella veste di soggetto colpito da ansia patologica. In realtà quella sensazione è positiva nella misura in cui ci fa capire che c’è qualcosa da modificare nelle sue abitudini di vita“.

L’ansia patologica, invece, è disfunzionale, equindi negativa, quando è sproporzionata rispetto agli stimoli che l’hanno attivata. In questo caso il soggetto in questione può perdere il controllo delle sue emozioni, avvertendo una percezione di impotenza, che non gli permette di affrontare situazioni nuove ed impreviste, se non accompagnate da un disagio”.

Ansia, quali disturbi può provocare

Ci sono diversi criteri che sono utilizzati in psichiatria per essere inquadrati all’interno una precisa patologia, in fatto d’ansia.

Criteri che permettono di “presentare evolutivamente i disturbi d’ansia in base all’età di insorgenza”. Tra questi:
-disturbo d’ansia di separazione
-mutismo selettivo
– fobia specifica
– disturbo d’ansia sociale
– disturbo di panico
-disturbo d’ansia indotto da sostanze/farmaci

“Ovviamente, però, il disagio si sviluppa in ogni soggetto in maniera diversa. Alcuni possono presentare anche più disturbi in contemporanea, o problemi diversi da quelli citati. Non ci si può ascrivere tutti nella stessa patologia, poiché ognuno somatizza l’ansia a suo modo”.

“Lo psicoterapeuta – specifica Chiara Gioia – deve vedere ciascun paziente e ciascun caso come inedito, unico. Solo così potrà percorrere il tragitto per giungere a svelare il teatro psichico che ognuno ha. Nella letteratura scientifica, l’ansia la si ritrova come disturbo all’interno del Dsm (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) e viene, inoltre, studiata con un approccio di natura psicodinamica. Ci si basa, cioè, sull’interpretazione dell’ansia come il risultato di un conflitto che nasce nel nostro mondo intrapsichico. Lo scopo della terapia, per tale ragione, è quello di comprenderne le origini individuali“.

Quel senso di soffocamento

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L’ansia si manifesta come uno stato di agitazione, “una vera e propria sensazione di soffocamento. Uno stato psichico mentale di fronte a situazioni di possibile pericolo o incertezza, più o meno accentuato a seconda del carattere di ciascuno”.

Il nostro modo di vivere incide in maniera rilevante sul problema. “Oggi, la società vive in un tempo in cui non si fa altro che rincorrere. L’individuo così fa fatica a stare al passo, a stare nel qui ed ora. Si tende ad immaginare tutto ciò che dobbiamo fare e immaginandolo nasce l’ansia dovuta al sentirsi impreparati. Ci sembra di non avere gli strumenti o le capacità per affrontare tutto”.

Informazioni che sono testimoniate da numerosi studi scientifici sul tema. Fonti di letteratura scientifica definiscono l’ansia come “il prodotto di un tempo che si rincorre, poiché non è il nostro ma ci viene imposto dalla collettività“.

La conseguenza? “Ci si sente oppressi e i soggetti possono avvertire un senso di faticosa costrizione. Quanti di noi dicono, in alcuni casi, di sentire come un nodo alla gola? Da qui un generale senso di soffocamento e, a volte, addirittura di panico“.

La società odierna ci fa delle continue richieste alle quali rispondere e l’ansia, in realtà, inizialmente si configura come “un aiuto per attivarci a livello fisico e psicologico. Le difficoltà incontrate nel rincorrere questo tempo imposto dalla collettività e questo mondo che corre sempre più di fretta, tuttavia, generano l’ansia per ciò che potrebbe o non potrebbe accadere”.

La gola che si chiude è, del resto, un dato che deriva direttamente dall’etimologia del termine

“La parola greca μέριμνα (mèrimna), usata nella Bibbia e tradotta come “ansia”, ha a che fare con il vocabolo μέρος (mèros), “parte”, e con il verbo μερίζω (merìzo), “separare in due parti” – ci spiega la psicologa e psicoterapeuta – Indica quindi uno stato d’animo che presuppone la presenza di un combattimento interiore, che divide. Si diventa ansiosi quando si pensa troppo ai propri problemi e ci si preoccupa eccessivamente per cose su cui non si ha un controllo completo. Etimologicamente, inoltre, il termine ansia trova un suo diretto corrispondente nel latino ANXIA, il quale a sua volta deriva, senza dubbio, dal verbo latino ango che significa stringere, soffocare o in altri termini angosciare”.

L’ansia, da ‘positiva’ a negativa: il panico

Un lieve stato d’ansia è da considerarsi addirittura funzionale alla nostra vita “perché ci pone nella condizione di fare qualcosa per raggiungere quella meta che, inizialmente, aveva causato l’attivarsi dello stesso processo ansioso”.

Un’ansia che ha, inevitabilmente, delle attivazioni e manifestazioni somatiche, quali:

“il temporaneo aumento della frequenza del battito cardiaco, tensione muscolare, alterazioni della respirazione, accentuata sudorazione e così via”.

Le manifestazioni, inoltre, caratterizzano anche la “dimensione psicologica dei soggetti in questione. Se, tuttavia, un’ansia leggera ci dà una spinta in più per aumentare le nostre energie – basti pensare a quella paura adrenalinica che precede un esame scolastico – ci sono dei limiti anche per l’ansia. Se ci ritroviamo in uno stato d’allarme in circostanze innocue allora il livello d’ansia è andato oltre. Sono i casi, ad esempio, dell’angoscia che ci attanaglia quando stiamo svolgendo il nostro consueto lavoro o se stiamo semplicemente esprimendo la nostra opinione di fronte ad altre persone, o ancora se temiamo eccessivamente la presenza di microbi, insetti o altri animali”.

È in questo caso che, se non affrontata con la giusta terapia, il soggetto rischia di “convivere con l’ansia in modo disfunzionale. Si prepara, in questo modo, il canale per l’insorgere del panico”.

Perché il panico che non arriva mai da solo, ma è sempre la risultante di un’ansia non trattata. 

‘La sindrome da maniaci del controllo’

La manifestazioni ansiose colpiscono soprattutto le persone più razionali. “Quando una persona si ascrive dentro un modus operandi legato esclusivamente alle attese della società -attese legate al dovere – tralascia i piaceri personali, i momenti di leggerezza. Ma se non ossigeniamo anche la parte legata al nostro istinto (e qui torna alla mente il Mito di Pan, Dio greco delle pulsioni vitali), la nostra psiche non può in automatico cancellare queste esigenze preesistenti. Allora tenderanno comunque ad emergere sensazioni contrastanti tra senso del dovere e impegni da adempiere, da un lato, e bisogni rinnegati dall’altro lato. Con una parte di noi che si ribellerà sempre per riaffiorare”.

“Ascoltiamo questa parte di noi, quella più istintiva, se vogliamo stare bene. Partiamo da questo malessere per arrivare a un rinato benessere. Del resto, continuare a vivere facendo troppe cose, anche per provare a sentire in misura minore il disagio che ci opprime, ci fa restare sempre sull’attenti: avvertendo l’esigenza di essere costantemente ipercontrollati. Ciò non fa altro che far crescere la nostra ansia”.

Ansia, vietato soffocarla

“In tanti arrivano in terapia con una richiesta specifica, cioè quella di bloccare l’ansia. Questa, però, non va soffocata ma accolta, poiché paradossalmente più la abbracciamo più possiamo comprendere cosa cambiare nel nostro modo di vivere. È un messaggio della psiche che ci indica su cosa soffermarci per raggiungere il completo benessere“, sottolinea Chiara Gioia.

Il mancato punto di incontro tra il tempo esterno e il proprio tempo personale porta al disturbo dell’ansia. “Un disagio che ci impone di essere proietttati sempre in avanti. L’ansia tipica del nostro tempo altro non è, in definitiva, che una ribellione. La formula più comune e più diffusa del corpo per esprimere una difficoltà di adattamento a ritmi, riti e conformismi imposti dalla collettività”.

“Il sintomo dell’ansia ha un duplice aspetto, terrificante e di opportunità, di chiave, di apertura verso una nuova strada che conduce l’individuo a conoscere e prendere consapevolezza di una parte che rifiutava avere, una sorta di ombra… I sintomi sono la possibilità di cambiamento, di dinamicità ed un percorso psicoterapeutico che accompagni, un po’ come Virgilio con Dante, l’individuo a scoprire ciò che è insito ma ignoto e spaventoso. I disagi si manifestano per essere accolti, ascoltati e riconosciuti. A mio avviso la conoscenza è un valore che ogni individuo dovrebbe coltivare, nutrire e la Psicoterapia è lo strumento più aulico che si ha a disposizione in ogni fase della vita, di cui ci si può avvalere”.

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Hikikomori, soli per scelta ma connessi: quando il mondo finisce in una stanza

Hikikomori cioè stare in disparte. Un passo indietro rispetto alla società, agli altri, al mondo che esiste fuori dalla finestra della nostra cameretta. Soli, isolati, con l’unica compagnia virtuale di videogiochi e chat online.

Un fenomeno ancora poco conosciuto, quello dell’Hikikomori, ma non per questo poco diffuso in Italia. E il Covid non ha fatto altro che acuire un disagio che colpisce soprattutto i giovani. Ma va fatta una distinzione precisa tra isolamento obbligatorio – dovuto in questo caso specifico alle misure Covid – e isolamento volontario, qual è quello che caratterizza l’hikikomori.

La sindrome dell’hikikomori porta l’individuo soggetto al disagio a indietreggiare, a mettere in atto un vero e proprio ritiro sociale. Lo dice l’etimologia del termine giapponese.

La parola “hikikomori” fu utilizzata per la prima volta dallo psicologo e scrittore Saito Tamaki: deriva da ‘hiku’ che sta per ‘indietreggiare’ e ‘komoru’ cioè ritirarsi socialmente. Dal 2013 il termine ha trovato una propria identità anche sul dizionario della Lingua Italiana Zingarelli. “Il fenomeno nasce proprio in Giappone e ha riguardato, fin dal principio, quei ragazzi o quegli adulti che decidono di praticare una reclusione volontaria, chiudendosi in casa, spesso nella propria stanza, per un periodo variabile: che può andare da qualche mese a svariati anni”. A parlare al Capoluogo è la psicologa e psicoterapeuta Chiara Gioia.

Si tende a distinguere, nella nostra cultura occidentale, tra: Hikikomori Primario, ovvero quella condizione di reclusione che non ha legami con altri disagi preesistenti, e Hikikomori Secondario, quell’esclusione sociale che risulta essere l’effetto di fobie, disturbi dell’umore o altre sofferenze a livello psichico

Hikikomori, l’esigenza di stare soli a causa di un malessere

L’hikikomori, ormai, è un disturbo molto diffuso anche in Italia. Sono circa 100mila i casi accertati. Il disturbo in genere appare prevalentemente in una fascia d’età che va dai 10 ai 40 anni. La maggiore incidenza si registra fra i 15 e i 19 anni

Tra i sintomi che provoca: lo sviluppo di pensieri ossessivi o compulsivi, fissazioni, regressioni infantili. 

Le principali cause dell’hikikomori negli studi ad esso dedicati sono state elencate in:

-un malessere a livello familiare e in modo ancora più ampio a livello sociale,

– una particolare introversione.

-episodi di bullismo scolastico, con i giovani cheesprimono la loro sofferenza attraverso il ritiro sociale.

“Tuttavia, al di là del mondo esterno, il disturbo può derivare da come ogni singolo individuo tende a decodificare determinate dinamiche che si ritrova ad affrontare, da come reagisce e, quindi, quali risorse intrapsichiche attiva”, specifica Chiara Gioia.

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Scuola post Covid, l’emozione di tornare in classe

Scuola e nuovi inizi. A due settimane dal ritorno tra i banchi come stanno i ragazzi? Stop forzato causa Covid19, lezione online, poi l’estate. Ora si è tornati in classe, rigorosamente in mascherina.

Il primo dato che salta all’occhio è che, in questa ripartenza, qualcosa è mancato: a volte le insegnanti per l’assistenza agli alunni, altre volte addirittura i banchi, aspettando quelli a rotelle. La didattica in presenza, però, è ripartita ovunque in Italia, tornando a cadenzare le giornate di studenti e genitori. L’allegria di rivedere i propri compagni, spesso ha incontrato il disagio di dover mettersi i libri sulle gambe. Anche a L’Aquila. 

Nella ripresa dell’attività scolastica si possono individuare tre tappe fondamentali: l’ordine, la necessità e l’accoglienza. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Chiara Gioia, psicologa e psicoterapeuta aquilana.

Scuola, ripartiamo dall’Ordine

Il punto di partenza è avere una scuola sicura e in presenza, presupposti imprescindibili per questo ritorno. “La scuola viene considerata l’agenzia educativa per eccellenza, insieme alla famiglia. Un luogo di confronto, dove si attua la strutturazione della propria personalità. Un ambiente importante sia per chi intraprende questo percorso per la prima volta, quindi i bambini più piccoli, sia per chi ha visto il proprio percorso di crescita formativa interrompersi bruscamente, nel marzo scorso, per cause di forza maggiore”, spiega Chiara Gioia alla nostra redazione.

La riapertura della scuola, allora, ha portato alla “riattivazione del concetto di ordine. Vale a dire l’organizzazione di svolgimento delle nostre attività, secondo criteri rispondenti al concetto di armonia“.

Le abitudini cambiate dal lockdown e una quotidianità ridisegnata prima e ‘ri-attivata’ poi.

Ritorno a scuola, dall’Ordine alla Necessità

La pandemia ci ha catapultati nel disordine, riassumibile nella perdita dei rituali della giornata. Scuola, attività sportive, lavoro, hobby: tutto in pausa. Oggi, quindi, nasce la necessità di capire quali sono le nuove o vecchie necessità personali. Non è detto che siano rimaste le stesse del pre-Covid.

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Giornata per la prevenzione del suicidio, il “fattore Covid” moltiplica le solitudini

Il 10 settembre è la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Cause e attività di prevenzione al tempo del Covid 19 con la dottoressa Chiara Gioia.

Da marzo a oggi in Italia si sono registrati 71 suicidi e 46 tentati suicidi, presumibilmente correlati a Covid-19, a fronte di un numero di suicidi per crisi economica che nello stesso periodo del 2019 si attestava a 44 e quello dei tentati suicidi a 42. Lo segnalano gli psichiatri al Convegno Internazionale sulle tematiche legate al suicidio, organizzato dalla Sapienza Università di Roma, in occasione della Giornata Mondiale per la prevenzione del suicidio del 10 settembre. Ma il Covid 19, con il suo corredo di “isolamento”, è solo uno dei tanti fattori che possono essere ritenuti “cavatappi” rispetto a quelle problematiche che possono avere esiti tragici rispetto al suicidio.

“Il suicidio – spiega a IlCapoluogo.it la psicologa e psicoterapeuta Chiara Gioia – nel mondo rappresenta la terza causa più frequente di morte. Dal punto di vista psicologico, il suicidio viene considerato rispetto agli enigmi sulla vita, la sofferenza, sul “valerne la pena” rispetto alla vita in un momento particolarmente difficile, ma non è un ‘atto improvviso’, come spesso appare dalle cronache. Occorre tener presente che il nostro mondo intrapsichico è come se fosse abitato da ‘personaggi’ normalmente in equilibrio tra loro. Nel momento in cui la realtà concreta non è più in sintonia con questo mondo interiore si possono generare disagi, più o meno gravi”. In concreto, possono essere disagi economici, lutti (intesi in senso stretto o lato, come lutti per una separazione) e altri i “fattori scatenanti” rispetto però a un disagio interiore già in atto.

Capitolo a parte per le problematiche legate al Covid 19: “Al momento c’è una tempistica che non ci permette di effettuare correlazioni scientifiche definitive, ma è chiaro che certi dati del Convegno Internazionale sono significativi. Proviamo a pensare a quella prima infermiera che si era suicidata, pensiamo alla sofferenza che già il personale sanitario è abituato vivere quotidianamente, è chiaro che la pandemia ha assunto ruolo di ‘cavatappi’ rispetto ai disagi accumulati nel tempo. Dal punto di vista psicologico, inoltre, il Coronavirus ha portato all’amplificazione della solitudine e dell’isolamento sociale“.

Solo la prevenzione, quindi, può contrastare un fenomeno che in un periodo di pandemia rischia di aggravarsi: “Purtroppo il suicidio è considerato ancora un concetto tabù, in quanto esito tragico di una sofferenza mentale e psicologica; dobbiamo aiutare tutti a comprendere che tutto si può dire e tutto si può affrontare nel modo giusto. Ci sono figure professionali competenti che possono guidare la persona nel proprio mondo intrapsichico. La prevenzione su larga scala è possibile nel momento in cui il ruolo dello psicologo non viene associato a un ‘malato di mente’, ma come un supporto per tutti, al di là del potenziale problema critico”.

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Businessman father and son are going to school. Dad and schoolboy wearing face mask. Schoolboy is ready go to school. Little boy going to school during coronavirus pandemic. Back to school 2020.

Scuola, stress da rientro post Covid: prendete per mano i vostri figli e accompagnateli

Studenti lontano dalle aule da 6 mesi, quale sarà l’impatto psicologico del ritorno in classe.

Come stanno gli studenti?

I genitori possono aiutare alla ripresa delle abitudini quotidiane, a cadenzare la giornata e a riprendere gli impegni.

Una nuova routine, abbandonata per cause di forze maggiore, e una nuova quotidianità a cui abituarsi. Dopo 6 mesi senza regole e con una nuova organizzazione familiare, i ragazzi stanno per rientrare in classe.

Si tornerà a impostare la sveglia alla mattina presto, si tornerà a scuola, ma senza avere la possibilità di tornare a sedere accanto al proprio vicino di banco, si tornerà a seguire le lezioni dei propri insegnanti, non più dietro lo schermo di un computer.

Sei mesi trascorsi con autonomia ed un’autogestione del proprio tempo, in molti casi senza aprire un libro e trascorrendo troppe ore sul cellulare, sulla PlayStation o davanti alla Tv.

I cambiamenti per gli studenti si sono susseguiti indistintamente, senza che nessuno di loro avesse il tempo di assimilarli.

Problematiche affrontate con la dottoressa Chiara Gioia, psicologa e psicoterapeuta aquilana. “Si parla e si discute molto, ovviamente, delle modalità di rientro a scuola, in sicurezza, a settembre. Si parla molto meno, invece, dell’impatto psicologico che questo ritorno a scuola avrà sui ragazzi. Studenti già reduci da cambiamenti rilevanti nel loro percorso di formazione, con la chiusura degli istituti scolastici fin da marzo scorso e il relativo lockdown, che ne ha rivoluzionato la quotidianità. Un aspetto, questo, rimasto nell’ombra, anche nell’ambito del dibattito nato circa la situazione scuola nel post Covid”, spiega la dottoressa Gioia alla redazione del Capoluogo.it . 

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La proiezione, ciò che irrita negli altri per capire noi stessi

La proiezione: quando accusiamo gli altri dei difetti che ci appartengono. L’analisi di un fenomeno sempre più diffuso nell’era dei social con la psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia.

La proiezione in psicologia, ovvero attribuire all’altro (persona o cosa), in modo anche inconsapevole, aspetti di noi quali sensazioni sgradevoli, sentimenti ostili, bisogni in cerca di soddisfacimento.

“Tutto ciò che ci irrita negli altri, può portarci a conoscere noi stessi” ( C. G. Jung).

Con la proiezione si tende a proiettare all’esterno caratteristiche proprie che non ci piacciono e che in qualche modo causano una grande sofferenza.

Il problema grosso insorge quando in età adulta l’utilizzo della proiezione come meccanismo di difesa è massiccio e preponderante.

Un fenomeno reso ancora più massiccio nell’era dei social, ai tempi della visibilità a costo di ogni cosa. Il Capoluogo ha affrontato il tema della proiezione con un’esperta, la psicologa clinica e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia.

“Etimologicamente il termine Proiezione (dal latino proiectio-onis) fa riferimento all’atto del gettare avanti, l’atto di proiettare, di lanciare nello spazio un corpo pesante, ma anche ciascuna delle diverse azioni di lancio, mediante le quali nel judo si cerca di atterrare l’avversario”, spiega la dottoressa Gioia al Capoluogo.

“Inoltre indica una trasmissione di immagini fisse o in movimento da una pellicola o diapositiva su uno schermo bianco, ottenuta mediante speciali apparecchi, i proiettori per l’appunto e poi, ancora, la valenza che ha nel campo della geometria con le proiezioni ortogonali, così come in anatomia ci sono le fibre di proiezioni, fasci o tratti nervosi di connessione tra la corteccia corticale e i livelli sottocorticali, ovvero in generale tra un nucleo che proietta su un altro”.

Da quanto detto è possibile dedurre la Proiezione come trasferimento.

“Proiezione da Projektion, intesa come meccanismo di difesa dell’Io, significa il trasferimento di un processo soggettivo in un oggetto, in contrapposizione a introiezione. La proiezione è pertanto un processo di dissimilazione, in quanto un contenuto soggettivo, viene estraniato dal soggetto e incorporato nell’oggetto”.

“Può trattarsi tanto di contenuti sofferenti, incompatibili con l’equilibrio del mondo interiore, contenuti dei quali il soggetto, o meglio la parte cosciente ritiene opportuno disfarsene e difendersi mediante la proiezione, quanto di valori positivi che sono inaccessibili per un motivo qualsiasi, ad esempio per una bassa autostima”.

Usando una prospettiva ancora più minuziosa e viscerale, la proiezione si basa sull’identità arcaica di soggetto e oggetto, ma merita il nome di proiezione solo quando si determini la necessità di dissolvere l’identità con l’oggetto.

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