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Squid Game, più di una moda: il gioco per la sopravvivenza diventato una mania

Il fenomeno Squid Game non si arresta e non si arrestano le polemiche. Annunciata ufficialmente la seconda stagione, continuano episodi di cronaca, soprattutto nelle scuole, che sembrano ispirati proprio al survival game in scena nella serie coreana targata Netflix.

Squid Game, tutto un gioco, tutta finzione.

Eppure, tanti sono stati i comportamenti scaturiti, forse, dalla visione di una serie tv che è diventata, in pochi giorni, un appuntamento immancabile. In tantissimi l’hanno vista, anzi divorata: rapiti dalla storia di partecipanti, uomini e donne, a quelli che all’inizio sembravano essere soltanto giochi infantili. Spinti da un disperato desiderio di un incredibile montepremi, visto come la ricchezza e la panacea per tutti i mali e i problemi personali. Ben presto, però, il gioco non diventa altro che un’autentica lotta al massacro tra persone disperate.

Come sono riusciti Squid Game e i suoi giochi al massacro a conquistare tante persone e a condizionarne le azioni?

Lo abbiamo chiesto alla psicologa e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia, la quale ci aveva già spiegato, precedentemente, come sia importante per i genitori fare da filtro rispetto ai messaggi che possono passare da questo nuovo fenomeno giovanile.

Non è una novità analizzare l’influenza che una serie tv o un particolare fenomeno in voga esercitano sulle persone, soprattutto quelle appartenenti a fasce d’età adolescenziali. Rockstar, modelle, attori, personaggi di film e serie tv cult – negli anni ’60 come anche oggi – hanno un grande potere su chi li segue e li ammira. Quanti di noi non hanno visto, almeno una volta, un adolescente con il taglio di John Lennon? O con l’acconciatura di Noel Gallagher? E quanti non hanno mai visto un bambino chiedere al parrucchiere il taglio del proprio calciatore preferito?

In casi come questi, tuttavia, l’influenza esercitata dalle serie tv – il discorso può essere generale, va oltre “l’effetto Squid Game” – non si limita a concetti puramente estetici, ma arriva a spingere i giovani a comportamenti sbagliati, a volte anche violenti.

Il gioco appartiene alla storia dell’uomo ed è sempre stata una costante nella vita di ogni individuo, fin dai suoi primi anni di vita. Gioco che ha un valore simbolico, si esprime con forme, immagini e significati diversi. Precisiamo che il gioco deve essere presente, perché è una delle vie migliori per crescere ed essere stimolati. L’Articolo 31 della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza sottolinea proprio il diritto al gioco di ogni bambino, come principio di salute psichica dell’individuo futuro. Il gioco, infatti, permette di comprendere meglio la realtà che ci circonda, attraverso simulazione e rappresentazione”.

Nel mettere in atto, però, ciò che si vede in tv, sui social e sulle piattaforme streaming – con cui i giovanissimi hanno ormai maggiore dimestichezza degli adulti – i bambini agiscono istintivamente, senza alcuna programmazione, “al contrario l’habitus dell’adulto lo obbliga a considerare le possibili conseguenze delle sue azioni. Di comune c’è che, sia per il bambino che per l’adulto, è importante associare alla dimensione ludica le proprie emozioni, che consentono di far comprendere una o più parti di noi, in base anche all’intensitià con le quali esse si attivano, agendo sul palcoscenico psichico di ognuno”. 

Influenze, nuove dinamiche in società: ma noi chi siamo?

“Oggi, molto probabilmente, per alcuni aspetti e per alcune dinamiche presenti nella nostra società, non si riesce più a sapere chi siamo. ‘È il fenomeno caratteristico che subentra non appena una situazione archetipica diventa schiacciante. Si può osservarlo, tra le persone che sono prese dal panico, strette in una grande folla mossa da un pensiero o da un sentimento collettivo. L’individuo non si rende conto di essersi dissolto, sebbene abbia perduto la testa proprio come tutti gli altri. La cosa avviene in modo impercettibile. Ci si dissolve dall’interno‘ (Jung). Ciò vuol dire che la tendenza all’omologazione all’altro, alle mode, ai comportamenti universalmente riconosciuti e accettati ci porta a voler imitare la collettività o i fenomeni del momento, allontanandoci dalla nostra vera essenza.

Poi c’è il concetto della competizione

“Il desiderio, il bisogno di riuscire, il concetto di competizione è insito nella natura del gioco. Con riferimento specifico a Squid Game è chiaro come la stessa competizione, così come il ruolo della donna, vadano contro corrente rispetto al radicale cambiamento di costume che ha caratterizzato gli ultimi cinquant’anni. La dimensione di genere e la subalternità sociale che emergono dall’analisi della sfida dicono, chiaramente, che le donne sono destinate a perdere: ciò denota che la stessa dimensione di genere, in realtà, resta affascinata da un ‘gioco’ che rema contro l’affermazione sociale delle donne. Inoltre, si possono decodificare l’assenza di empatia e di solidarietà, per lasciare posto a fattori di condizionamento, sottomissione, violenza, sfruttamento, legati alle disuguaglianze e alle stratificazioni. Costrutti culturali che affermano il primato, oltre che del maschio, della classe sociale più ricca. Vincono i più forti e i più ricchi: la dinamicità insita nell’uomo e nel collettivo viene completamente annullata“.

“In questo, Squid game è lo specchio del modello relazionale sud coreano, ma dovremmo chiederci quanto e perché ci appartiene o, comunque, ci affascina in una qualche misura. Questa pregnanza sociale e l’adesione a certe tematiche rappresentano lo spirito del nostro tempo: una società liquida, dove tutti cercano di restare a galla omologandosi. Scopo principe e più aulico è invece la differenziazione“.

Squid Game e l’età giusta per vederlo

“L’interrogativo riguardo alla ‘liberta’ che si ha oggi nel vedere Squid game anche al di sotto dei 14 anni, o nella fase adolescenziale, porta a fare una semplice ma significativa considerazione. I minori non possiedono le competenze emotive e cognitive per rielaborare ed integrare dentro di sé nel modo giusto, a livello intrapsichico, la complessità di alcune esperienze e incontrano difficoltà anche nel differenziare la realtà virtuale da quella reale. Diverse ricerche hanno dimostrato che l’esposizione smodata a video-game violenti, serie o film crea un deficit di empatia, normalizzando comportamenti aggressivi, vessatori e cruenti. Pertanto, risulta interessante chiamare in causa una delle life skills dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.), dove si parla espressamente delle competenze di vita del saper prendere buone decisioni, competenza che a sua volta chiama in causa l’educazione al pensiero critico“.

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Woman hand sign for stop abusing violence, Human Rights Day concept.

Dallo stupro di guerra all’Afghanistan, le donne e il viaggio infinito verso la parità di genere

È arrivato a mettere piede sulla luna, l’uomo. Ma non è ancora arrivato alla meta di una vera e indiscutibile parità di genere: altrimenti non ci sarebbero, in alcuni Paesi, donne costrette a stare confinate in casa, spose bambine, divieti – anche troppo recenti – di indossare i pantaloni. E ancora non ci sarebbero, ogni anno, lunghi elenchi di vittime di femminicidio, né ci sarebbe bisogno di Giornate mondiali contro la violenza sulle donne.

C’è tanto, tantissimo da fare, affinché si possa veramente parlare di parità di sassi, soprattutto lontano dall’Occidente.

E mentre nell’Afghanistan, tornato nelle mani dei Talebani, le donne scendono in strada e sfilano, in segno di protesta, per poter tornare a scuola; si torna a riflettere sulla condizione della donna oggi, anno domini 2021. E ci si chiede il perché. Perché tante violenze? Cosa scatta nella mente degli uomini? Quante e quali tipologie di violenza subisce la donna?

Ne abbiamo parlato con la psicologa e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia.

L’essere umano è dinamico per sua natura, ciò vuol dire che ha un costante bisogno di evolvere e migliorare la propria condizione. Una caratteristica, questa, che riguarda tanto gli uomini, quanto le donne: lo insegna la storia. Il passato è stato segnato da grandi avvenimenti e cambiamenti, da vere e proprie conquiste. Come la parità di diritti, il concetto di dipendenza economica per le donne, il diritto di voto. Storicamente, molti episodi hanno ridisegnato lo status femminile, conferendogli piena dignità civile, alla pari con quella dell’uomo. Eppure…la piaga della violenza sulle donne non è affatto scomparsa. Nè nella sua forma fisica, sessuale, né psicologica”.

 

Ogni giorno la cronaca riporta fatti drammatici, che oltrepassano la normale frequenza di delitti generici. “Molti di questi fatti – sottolinea la psicologa e psicoterapeuta – evidenziano un’importante specificità delle aggressioni, contro rappresentanti del genere femminile. Money Kyrle parla di ‘tradizionale commercio di infelicità tra gli esseri umani’: un assunto che mantiene la sua validità generale anche quando si entra nello specifico delle violenze di genere. Se, da un lato, non è complicato comprendere il rapporto tra uomini e donne, andando oltre certe convinzioni popolari e collettive, dall’altro lato si tratta comunque di un rapporto così viscerale e carico di aspetti poco chiari, che chiama in causa tutta una serie di emozioni, sentimenti, paure, angosce…portando, spesso, all’aggressività“. 

 

“Denigrazioni, umiliazioni, svalutazioni, desideri di controllo e di dominio, di potere e comando, trovano terreno fertile e si nutrono non appena l’eros iniziale ed il legame di fusione – che vivono le persone all’inizio delle loro relazioni – vengono messi in crisi dall’inquietante percezione dell’Alterità, ovvero dell’altro come diverso e separato da sé“.

I discorsi che riguardano la violenza coniugano principalmente due elementi: il linguaggio e l’emozione dell’aggressività.

“Il termine ‘aggressività’ deriva dal latino aggredior e il suo significato, dal punto di vista etimologico, appare molteplice e complesso. Il verbo gradior significa ‘andare’, ‘avanzare’, oltre che ‘attaccare’. La preposizione ‘ad’ indica ‘contro’, ma anche ‘verso’. Il significato del termine, quindi, non è solo ‘aggredire’, ma anche ‘andare verso’, ‘intraprendere’, ‘cercare di ottenere’. Il termine ‘violenza’ invece, deriva dal latino vis (forza): si richiama, quindi, all’uso della forza e viene solitamente associato all’espressione più negativa e distruttiva dell’aggressività. Il concetto di aggressività, però, non coincide necessariamente con la manifestazione di una violenza distruttiva. I comportamenti aggressivi sono solitamente accompagnati da emozioni intense, alcune spiacevoli quali la rabbia, la paura, la frustrazione e la colpa, altre piacevoli di bramosia o di eccitazione. Sappiamo che molti di questi stati mentali si riferiscono a emozioni di base che sono descritte non solo nei mammiferi, ma anche – in particolare la rabbia, la paura e la bramosia sessuale – in altri animali“.

La donna come ‘conquista di territorio

Una delle forme di aggressività più dirette ed esplicite è lo stupro di guerra. Un atto in cui la violazione dell’altro ha il senso di trafiggere e occupare i territori interni del corpo altrui, oltre che i territori geografici esterni. Un ulteriore sfregio al nemico. In questo senso, la donna viene considerata come puro territorio, la vera guerra è contro i nemici maschi“. 

Quindi, c’è la violenza sessuale. Da cosa scaturisce? 

“Dal desiderio di possedere il corpo di una donna, oserei dire ‘la carcassa0: in quanto l’atto viene perpetrato senza entrare in sintonia con la sua mente e la sua anima. In questo caso specifico, gli uomini sono spinti dall’unico scopo di distruggere la donna vittima. Non è un caso se ci sono diversi racconti di donne che riportano il loro ‘dissociarsi mentalmente’, quando sono vittime di violenze fisiche ricorrenti”.

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Non c’è un limite, purtroppo, alle violenze possibili: ci sono, invece, sia le ferite dirette che queste violenze possono comportare, sia quelle meno immediate – forse anche meno evidenti – che nascono, giorno dopo giorno, mentre la violenza si compie nella sua lenta ma subdola aggressività, dilazionata in un lungo arco temporale.

 

Le denigrazioni possono essere sferzanti, oppure progressive – continua l’esperta Chiara Gioia – È importante sottolineare, infatti, che la violenza si differenzia anche relativamente a manifestazioni di episodi occasionali o ricorrenti. Può trattarsi di una violenza causata da uno scompenso psichico che destruttura momentaneamente l’organizzazione mentale dell’uomo, come un accesso d’ira di varia origine, o una violenza di più ampia radice: come legata ad assunti culturali o presupposti narcisistici ‘sacri’, che l’uomo ritiene fuori discussione. Secondo questi principi – generalmente imposti da una società in cui uomini e donne non hanno pari diritti – l’uomo si sente legittimato ad una condotta aggressiva. Rientrano in questo ambito tutte quelle forme di violenza fondate su presupposti ideologici e/o religiosi, che escludono qualsiasi dubbio e che eliminano le ragioni altrui rispetto a quelle del maschio”.

 

Alla radice della violenza

“Il ruolo dell’analisi è riconoscere la radice profonda delle varie violenze maschili. Ci sono dei casi, quelli in cui la violenza è quotidiana, in cui l’uccisore (nei casi che hanno un epilogo estremo) mostra un livello regressivo: l’uomo, quindi, vive in una dimensione esclusiva di coppia e non può tollerare la fine di un rapporto. La regressione, tuttavia, è ancora più marcata quando riguarda una dipendenza e un bisogno di controllare la donna, intesa come oggetto. Questi due contesti creano spesso forme di violenza di cui il soggetto violento non coglie l’aspetto infantile: siamo cioè in presenza di uno stadio psichico bloccato, mai evoluto, che viene comunicato, purtroppo, con un atteggiamento violento. L’uomo tenderà sempre a esprimere la sua supremazia fisica, poiché questo serve a rassicurarlo circa la sua superiorità rispetto all’oggetto dal quale, invece, è assolutamente dipendente.

 

“Altro discorso, invece – conclude Chiara Gioia – è quello riguardante la trasmissione transgenerazionale dei traumi e di episodi di violenza. Come le identificazioni con l’aggressore, in questo senso spesso l’uomo fa soffrire per non soffrire egli stesso. Ancora il vincolo sadomasochistico, come via di appagamento di pulsioni inaccettabili e garanzia di non abbandono. Solo il riconoscimento consapevole della violenza può aiutare a compiere un primo passo verso la libertà. Spesso la violenza può nascondersi anche dietro allusioni, avvertimenti particolari, insinuazioni ambigue, toni artefatti. Espressioni che possono fare da corollario alla nascita del comportamento violento in un rapporto, in cui l’uomo complica i codici e il linguaggio non verbale, trascinando la donna in una dimensione vecchia come il mondo, che la civiltà, purtroppo, non è riuscita fino ad oggi ad eliminare e, molto spesso, neanche a limitare”.

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Bullismo e Cyberbullismo, il silenzio di un doppio disagio: vittime o carnefici

Bullismo e Cyberbullismo, a scuola, per strada o sul web: luoghi e motivi diversi, ma stesse radici e medesima violenza.

Il Bullismo è un fenomeno complesso di cui si parla spesso, a volte quasi abusando del termine, utilizzato in modo improprio. Scopriamo cause e conseguenze della violenza tipica del bullismo.

“Dal momento che la guerra ha inizio nelle teste degli uomini, è nella mente degli esseri umani che bisogna iniziare a costruire la pace”. Dal programma nazionale La pace si fa a scuola, 2007.

Prepotenze, prevaricazioni e atteggiamenti indolenti all’interno della scuola e non, hanno una storia abbastanza lunga, basti pensare ad Edmondo De Amicis, che assegna ad Enrico e al suo diario la descrizione di un alunno negligente. La cronaca, oramai da qualche anno, ci riporta fatti allarmanti che hanno come protagonisti adolescenti e giovani – tra cui anche bambini vittime di angherie da parte dei propri coetanei.

“Proprio l’attenzione da parte dei media, come spesso accade, ha contribuito da una parte a diffondere la consapevolezza della problematica, dall’altra anche a creare confusione e uso di intercambiabilità di concetti, che andrebbero ben chiariti. Rischio maggiore è che il termine ‘bullismo’ si presti a identificare situazioni legate ad un’ampia varietà di aggressioni, vanificando così la possibilità di cercare di riferirlo esplicitamente a una problematica tipicamente infantile-adolescenziale”, ci spiega la psicologa e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia.

Bullismo e significati

“Il medico svedese P.P. Heinemann e lo Psicologo norvegese D. Olwes sono stati i primi che – negli anni ’70 – hanno posto attenzione ad un insieme di reazioni pubbliche legate al suicidio di tre giovani adolescenti, a causa delle aggressioni inflitte loro da coetanei e, pertanto, utilizzarono il termine bullyng in riferimento a contesti giovanili, mutuandolo dal termine ‘mobbing’, riferito come sappiamo a contesti lavorativi”.

Il bullismo non fa riferimento solo a comportamenti di natura aggressiva, bensì ad un atteggiamento che tende a reiterarsi nel tempo.

Successivamente è stato definito da Sharp e Smith come ‘un’azione che mira deliberatamente a fare del male o a danneggiare; spesso è persistente, talvolta dura per settimane, mesi e persino anni ed è difficile difendersi per coloro che ne sono vittime’ “.

Bullismo e cause

Il lupo e l’agnello, il carnefice e la vittima: un disequilibrio in un rapporto è l’inizio di tutto.

“La tipica situazione di bullismo è data dal necessario instaurarsi di una relazione patologica, con ruoli precisi di sbilanciamento dei poteri tra le due parti: un prevaricatore e una vittima. Rapporto notevolmente differente, tuttavia, da un’ordinaria relazione conflittuale tra coetanei ed è bene specificarlo, proprio a fronte delle tante volte in cui si usa impropriamente il termine bullismo. Altro elemento determinante è l’aspetto temporale, che tende a cronicizzare la situazione“.

Per riconoscere il fenomeno del bullismo è importante individuare alcune peculiarità. Le spiega Chiara Gioia:

“-Intenzionalità: il bullo intenzionalmente agisce con comportamenti fisici, verbali o psicologici finalizzati alla sofferenza della vittima;

-L’asimmetria, cioè il disequilibrio di forza tra i soggetti del rapporto;

L’intensità e la durata, la persecuzione perdura nel tempo, creando sempre minor stima nella vittima;

La persistenza, riferita alla reiterazione nel tempo delle forme di prepotenza e prevaricazione;

-Vulnerabilità della vittima: la vittima si presenta come un soggetto particolarmente sensibile che mostra difficoltà nel difendersi

-Mancanza di sostegno, la vittima terrorizzata anche dalla prospettiva di rappresaglie e vendette, incapace di riferire i sorprusi e chiedere aiuto”.

La manifestazione del comportamento di un bullo può essere diversa: “tramite attacchi diretti alla vittima, come ad esempio offese verbali e gesti offensivi, oppure può avvenire nella forma del bullismo psicologico, quindi indiretto. Cioè teso a favorire l’isolamento sociale e l’esclusione dal gruppo della vittima. Un chiaro esempio potrebbe essere la diffusione di false notizie diffamanti riguardanti la vittima”.

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“È noto, poi, che il bullismo tende ad arricchirsi di modalità, espressioni ed atteggiamenti in base all’età dei soggetti interessati. Ed è anche condizionato dal contesto e dall’eventuale esercizio del bullismo ‘di gruppo’. Nel caso del bullismo diretto si riesce più facilmente a riconoscerlo, al contrario quello indiretto – quindi psicologico – è meno visibile a terze persone ed è una forma di bullismo privilegiata dal sesso femminile”. 

Cyberbullismo

Il fenomeno del bullismo ha trovato il modo di manifestarsi anche sul web: in una realtà virtuale che ha, purtroppo, offerto al bullismo la possibilità di ampliare le sue forme.

La psicologa e psicoterapeuta aquilana, a tal proposito, spiega: “Con il termine di cyberbullismo si fa riferimento (Besley, studioso canadese) ‘all’uso di nuove tecnologie di comunicazione per attuare comportamenti aggressivi, deliberati e ripetuti, da parte di un individuo o di un gruppo di individui, con l’intento di danneggiare gli altri’. Analogamente al bullismo vi è l’intenzionalità di arrecare sofferenza e disagiola differenza sosanziale è che il cyberbullismo utilizza i dispositivi di comunicazione più innovativi per danneggiare. Come ad esempio blog, posta elettronica, siti personali, social network, messaggeria istantanea“.

Il bullismo, tuttavia, nasce da un disagio pregresso e persistente, per questo ritengo opportuno porre l’attenzione sulla risoluzione sana dei conflitti e non sull’aggressività quale metodo per sconfiggerlo. Bisogna, quindi, cercare di capire come prendersi cura di questo disagio, senza pensare ad annientarlo. Credo, poi, che famiglia, scuola, istituzioni e comunità in generale siano orientate verso un obiettivo comune: quello di un’educazione che si pone come principale scopo far assumere un ruolo importante alla comunicazione tra il nostro mondo interiore e quello che ci circonda. Il bullismo e il cyberbullismo sono conflitti che intervengono sia a livello personale che intrapsichico. Per fornire una risposta a questi fenomeni è importante, quindi, partire dall’analisi del concetto di conflitto”.

Bullismo, il conflitto

Ognuno di noi è in relazione con qualcun altro, sempre. In primis con sé stessi e, sicuramente, già questo genera molti conflitti, ma è l’esistenza stessa che è relazione, dinamicità, metamorfosi e – per questo – il conflitto è sempre legato ad una determinata relazione con una parte di sé. Con la cultura, i valori, la politica. Il conflitto è parte integrante di noi. Nel momento stesso in cui ci troviamo davanti ad un conflitto, a livello sociale, non è possibile pensare di poterlo risolvere senza considerarne, prima, la dimensione interiore“. 

Il conflitto, quindi, va gestito in maniera sana e costruttiva, perché  “il disagio va accolto e non deve essere letto sviluppando la sensazione di ‘esseri inferiori o deboli’. Il disagio va interpretato, invece, come un ulteriore elemento che abbiamo a disposizione per poter conoscere una nostra parte intrapsichica: cioè un personaggio del nostro palcoscenico psichico. Questo ci porta a relazionarci con la sofferenza, che oggi più che mai si tende a soffocare e a non ascoltare. La più grande difficoltà che si incontra è la paura di stare male, ma è bene comprendere che si può gestire positivamente un disagio nel momento stesso in cui si decide di prendersi cura di esso”. 

“Paura e mancanza di empatia, le due emozioni protagoniste del doppio fenomeno bullismo e cyberbullsimo, non devono ‘sparire’, ma devono essere accolte in uno spazio interiore. Bullo e vittima tendono ad essere quasi due facce della stessa medaglia: il bullo sicuramente non è riuscito a guardare in faccia il suo disagio, ad affrontare le sue sofferenze e le sue fragilità, e ciò non va assolutamente confuso con una giustificazione. Il bullo, ancora, non è riuscito a prendersi cura di sé e non ha avuto e/o incontrato qualcuno che si prendesse cura di lui. Poi c’è la vittima, che si trova nella stessa condizione psichica del bullo: solo che ognuno esprime questo stato psicologico in modi e ruoli differenti. Entrambi hanno una ferita intrapsichica, una disarmonia: chi la esprime con la rabbia, chi con la paura di non raccontare ciò che subisce a scuola o in altro luogo, ma entrambi sono attori dello stesso palcoscenico psichico. Hanno in comune una ribellione che vuole essere riconosciuta con una propria identità”.

Le conclusioni

“C’è da dire che un limite della società di oggi consiste nel reprimere le emozioni. Quando un bambino si arrabbia o si imbarazza, o ancora quando si allarma, l’adulto – anziché dargli modo di esprimere ciò che prova – tende o a sdrammatizzare le sue paure o ad arrabbiarsi più del piccolo, non consentendogli così la naturale espressione del suo vissuto emozionale. Con un simile comportamento si rischiano due reazioni: introversione o estroversione, ma senza una via di mezzo. Senza il giusto equilibrio tra le due parti. I bambini, così come gli adolescenti e gli adulti, hanno bisogno di trovare valorizzazione e apprezzamento delle loro qualità, attraverso la manifestazione delle proprie emozioni. È fondamentale, quindi, educare alle emozioni“.

Come farlo?

“Un modo validissimo per educare alle emozioni – ad esempio nelle scuole – è lo strumento del circle time: un metodo di lavoro che facilita e aumenta la vicinanza emotiva. Metodo, appunto, efficace per stimolare bambini e ragazzi ad acquisire conoscenza e consapevolezza delle proprie e altrui emozioni. Anche far uso di circle time dalla scuola materna allena i bambini a mettersi in gioco, a sapersi relazionare con gli altri, dando spazio alle proprie emozioni anche nel confronto con un gruppo. Il gruppo, in questo caso, assume un ruolo e valore diverso, cioè di contenitore emozionale utile ed efficace per la conoscenza del sé e degli altri. Si diventa bulli quando l’aggressività si configura come unica modalità di relazione e, parallelamente, si è vittima quando la paura prende il sopravvento sulla propria persona“. 

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Scuola, inclusione e Bes, i Bisogni Educativi Speciali: nessuno deve essere escluso

La scuola è ufficialmente ripartita. Green pass, distanziamento, mascherine…ma il Covid19 non cancella le esigenze di tutti quegli studenti con Bisogni Educativi Speciali, i cosiddetti Bes. Nessuno deve essere lasciato indietro. Nessuno deve essere lasciato solo.

Ci sono studenti che, nel loro percorso scolastico, manifestano il bisogno di attenzioni speciali. Se ne argomenta spesso e, altrettanto spesso, se ne scrive. A volte, però, si fa confusione, anche a causa di una terminologia frequentemente utilizzata in modo poco accurato e preciso. Ne abbiamo parlato con la psicologa e psicoterapeuta aquilana, Chiara Gioia. Bisogno, deficit, svantaggio, sono tutti termini che oggi sono ampiamente usati nella nostra società, a volte rendendoli interscambiabili erroneamente e tendenti a peculiarizzare alcune situazioni nell’ambito scolastico“.

Bes, scopriamo i Bisogni Educativi Speciali

Attingendo dal latino, la parola “ bisogno” vuol dire occuparsi, prendersi cura.

“Il bisogno indica una mancanza, una necessità. Ed è proprio la Direttiva ministeriale del 27 dicembre 2012 a consentire l’uso dei ‘Bisogni Educativi Speciali’ (BES). Oggi, nelle nostre scuole vi è la presenza di alunni che presentano una richiesta di attenzione speciale per molte ragioni: quali possono essere, ad esempio, lo svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana, perché appartenenti a culture diverse.

“La sigla BES, allora, vuole rispondere ad antiche e giuste esigenze di trattamento personalizzato di tutti gli alunni, i quali, nel loro percorso di crescita e formazione – con continuità o per determinati periodi – possono manifestare Bisogni Educativi Speciali o per motivi fisici, biologici, fisiologici o anche per motivi psicologici e sociali, rispetto ai quali è necessario che le scuole offrano adeguata e individualizzata risposta.

L’utilizzo dell’acronimo BES indica una vasta area di alunni per i quali non è possibile fare diagnosi di Disturbo specifico di apprendimento, bensì è il disagio stesso che tende a compromettere lo stesso.

Il loro bisogno di sviluppare competenze di autonomia “è complicato dal fatto che possono sussistere deficit motori, cognitivi, oppure difficoltà familiari nel vivere positivamente l’autonomia e la propria crescita personale. Ciò li porta ad avere necessità di un supporto educativo personalizzato“.

I BES comprendono tre grandi sottocategorie, quali: disturbi evolutivi specifici, disabilità e svantaggio socio-economico, linguistico e culturale.

Come intervenire?

Ènecessario “tessere una rete”, in cui scuola e famiglia – agenzie formative per eccellenza – devono poter e saper dialogare, ascoltare, accogliere: per entrare in sinergia tra loro e poter cooperare. Nello specifico, vi è un team specialistico multi-professionaleche ha il ruolo di effettuare una valutazione, formulare diagnosi e definire un progetto complessivo di intervento che viene comunicato alle famiglie. Stabilendo cosi un contatto con il personale scolastico, al fine di integrare programmi educativi e interventi specifici”, ci spiega la psicologa e psicoterapeuta.

Gli alunni con Bisogni educativi speciali hanno il diritto di esser integrati nel sistema pedagogico.

Bes, il diritto dell’inclusione

Oggi la scuola, vicina alle attuali esigenze, riconosce e muove verso il concetto di inclusione, “cioè il sentirsi parte di un gruppo-classe, che riconosce, rispetta e stima. Inoltre, la sigla BES chiama anche in causa un altro concetto: quello di “speciale normalità”. Vale a dire il bisogno che questi alunni hanno di essere e sentirsi come gli altri, ovvero che l’essere speciale venga inteso come ‘accoglimento di specifici bisogni’ e non come carattere di esclusione, bensi di esclusività. Come lo è d’altronde ogni singolo individuo, con la propria identità ed il proprio modo di essere”.

Una scuola si può definire inclusiva quando insegna ad ogni singolo alunno a riconoscere, accogliere e valorizzare l’alterità: come fonte inesauribile di ricchezza per la crescita di ognuno.

“Gli articoli 2, 3 e 34 della nostra Costituzione fanno ben comprendere come l’ambiente scolastico diventa inclusivo quando tende a rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione alla vita sociale degli alunni, quindi anche all’esperienza didattico-educativa delle persone”.

Bes, ci sono anche le famiglie

Attenzione va data anche alle famiglie.

“La disabilità o un rilevante ‘bisogno speciale’ di un componente della famiglia comporta sempre una “perturbazione”, non per forza persistente e patologica, all’interno del sistema familiare. La letteratura scientifica ci indica alcune variabili che incidono in senso negativo, quale ad esempio la gravità e la tipologia della patologia o anche la ‘desiderabilità sociale’. Assumere un adeguato atteggiamento che sia socialmente accettabile, in questo caso, costituisce una vera e propria reazione di difesa che varia molto da famiglia a famiglia. Coesione e flessibilità, rafforzamento di cambiamenti strutturali nel sistema familiare per affrontare il problema, sono elementi che incidono positivamente sulla capacità del nucleo familiare di gestire stress e accettare adeguati supporti, quale un sostegno psicologico e/o un percorso di psicoterapia“.

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Eutanasia, tra diritti e dolori: quali ragioni dietro a una scelta

Eutanasia, perché scegliere di morire è un diritto. “Liberi fino alla fine” è il messaggio che accompagna la raccolta firme per chiedere che l’Eutanasia venga legalizzata in Italia, attraverso un Referendum. Sì, perché la morte indotta in Italia è considerata un reato.

Il tema Eutanasia parte dall’idea di morte, per questo è complesso ed estremamente delicato. Parlarne e scriverne è quanto di più difficile si possa fare, ciò non ci esula comunque dal farlo. Perché si sta combattendo una battaglia che si trascina da tanto tempo e che, finora, non ha mai cambiato nulla nel nostro Paese.

Quando si parla di Eutanasia spesso si sottovaluta o si riflette poco su quale sia lo stato d’animo della persona la assiste un proprio caro gravemente malato. Da giorni, mesi o anni.

La morte, le sue molteplici interpretazioni, la concezione della vita che finisce, la ferita e il suo significato, anche psicologico e, infine, perché si sceglie l’Eutanasia: al termine di un percorso lungo, travagliato, pensato e, soprattutto, personale.

Ne abbiamo parlato con la psicologa e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia.

L’Eutanasia e la ‘buona morte’

“Parlare di eutanasia ci mette di fronte ad un tema eticamente sensibile. Etimologicamente è una parola di tradizione dotta, arrivata a noi attraverso un’attività di recupero. È una parola greca che appartiene al patrimonio antico, il cui significato è mutato nel tempo. Letteralmente significa ‘buona morte’, concetto apparentemente semplice, ma che – in realtà – è variamente interpretabile. Cosa debba intendersi per buona morte, infatti, dipende dai tempi, dai luoghi e dalle culture. Storicamente, poteva essere intesa una buona morte la morte eroica in battaglia o quella nelle guerre ‘sante’. Per qualcuno, purtroppo, una buona morte può essere addirittura il suicidio, ma sappiamo che così non è”, ci spiega Chiara Gioia. 

 

“Una ‘buona morte’ – continua – può essere intesa sotto vari punti di vista, in particolare: fisico, etico e spirituale. In senso fisico, ad esempio, la buona morte può riferirsi ad una circostanza naturate o indotta, volontaria o involontaria. In senso etico può indicare la morte cui si va incontro come ‘cosa’ giusta, con accettazione, quasi come fosse il perfetto completamento della vita. In senso spirituale, infine, la morte è un trapasso necessario, non fine ma cambiamento”.

E psicologicamente? 

“In questo caso, nell’ambito psicologico, la morte assume un significato altro rispetto a quelli già citati. Come simbolo la morte è ciò che distrugge l’esistenza. Quindi fa intendere ciò che viene meno, all’improvviso, che svanisce per sempre. È un concetto, inoltre, che introduce a mondi sconosciuti e dalle sfumature ambivalenti: si accosta a riti di passaggio. La morte è un mistero che viene inevitabilmente vissuto con angoscia, associato ad immagini di paura, senso di vuoto e solitudine, disperazione. Soprattutto, la morte porta ad interfacciassi con la dimensione della malattia e questo ci ferisce”.

La malattia e la ‘ferita’: non solo fisica

La malattia è un disturbo. Un male che riguarda gli individui e la società. Se, da un lato, è letta come mancanza, squilibrio, alterazione, dall’altro lato è un indizio, terrificante, della nostra mortalità. Ci aiuta a prendere coscienza della stessa, di una morte inevitabile. Del resto, la malattia è una ‘crepa’ che si crea nel nostro corpo, ma ancor prima nella psiche. Sì, perché la lacerazione causata dalla presa di coscienza, appunto, ha un fortissimo impatto emotivo. Le ferite, cioè, ci fanno sentire vulnerabili e spesso ci condizionano“.

 

“Vero è – continua Chiara Gioia – che nel processo psichico le ferite guariscono, ma affinché ciò accada è necessario prendersi cura di esse, senza evitarle o ignorarle. Ogni ferita ha bisogno del suo processo: va riconosciuta, valutata, pulita e ricucita, per quanto possibile”.

Rispondere al perché si sceglie l’eutanasia non è affatto facile. Si può, però, provare a individuare i motivi che conducono all’eutanasia. Motivi che possono essere infiniti.

“Ci sono, alla base della scelta, possibili motivazioni personali, culturali, legate al dolore o, anche, alla perdita di speranza. Ciò che è importante, tuttavia, è prestare attenzione a chi vive queste situazioni drammatiche, di grande sofferenza, spesso silenziosa. Per tanto tempo queste persone stanno accanto a una persona cara malata. Viene spontaneo chiedersi se, allora, la morte diviene oggetto della domanda oppure il desiderio di non volerla pensare, considerare. Certo è che nel momento in cui muore una persona a noi cara, quella morte diventa il riflesso della nostra morte. Ecco quindi che dietro la sofferenza del malato c’è la sofferenza di chi lo cura”.

“Capire ed elaborare, da parte di chi siede al fianco della persona malata, giorno dopo giorno, la sofferenza del proprio caro, vuol dire impedire che la stessa sofferenza prenda strade che ci sfuggono di mano. Tantissime sono le famiglie in cui c’è una persona che si fa carico, più di altre, della cura di un caro malato. Trattasi del caregiver primario: un compito di responsabilità, che implica un investimento di energie spesso per anni e anni e che, per questo, necessita di attenzioni. Anche il caregiver deve essere assistito, protetto da rischi esterni ed educato a gestire la situazione delicata, anche a livello emotivo, senza esserne travolto dal punto di vista psicofisico e sociorelazionale. Il ‘fare’ del caregiver conclude la psicologa e psicoterapeuta Chiara Gioia è sicuramente mosso e portato avanti nel tempo con amore e dedizione, ciò, però, non lo solleva dall’essere comunque un compito gravoso. Con una ricaduta a livello psichico importante, soprattutto quando si maschera la propria preoccupazione di ciò che sarà un domani. Vanno considerati, poi, i livelli di stress, ansia e depressione a cui il Caregiver è soggetto. Per tutte queste ragioni è indispensabile accogliere ogni possibile strategia per evitare di farsi carico in solitudine di situazioni difficili, col rischio di esserne vittime e di provocare conseguenze ancor più pesanti di quelle già vissute”.

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Genitori, figli e social: bambini sul web fin dal primo test di gravidanza

Finiscono sui social ben prima di nascere. Dal test di gravidanza, alla scoperta del sesso del bebè. Tutto viene documentato e condiviso con post e storie: le prime ecografie, i primi calci alla pancia, il primissimo vagito. Significa anche questo, sempre più spesso, essere neonati e genitori oggi. Un fenomeno definito “sharenting”. Ma perché c’è tutto questo desiderio di raccontare la maternità, diffondendone su Instagram ogni attimo?

Forse perché viviamo nell’epoca dell’iperconnessione, con il telefono sempre in mano e l’indice che scorre continuamente sulle bacheche social. Un’epoca che ha portato, quasi naturalmente, a ridefinire lo stesso ruolo di genitore, attraverso un confronto continuo con genitori conosciuti e non, sulle piattaforme social.

Si tratta di genitori e figli nell’era digitale e di tutti quei condizionamenti che arrivano dal mondo virtuale.

Genitori e figli, l’influenza dei social

“Avere un figlio comporta l’assunzione delle responsabilità del ruolo genitoriale: una funzione che subisce, positivamente e negativamente, forti condizionamenti da tutto ciò che il mondo virtuale offre. Oggi viene chiamato ‘sharenting’: espressione di derivazione anglosassone, che indica la condivisione smodata e continuativa, da parte dei genitori, di foto e video dei propri figli“, ci spiega la psicologa e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia.

Sui social passa, quindi, la puntuale narrazione di tutte le principali attività dei propri piccoli. “Storie, post, immagini quotidiane, che raccontano per filo e per segno ogni dettaglio delle giornate dei bambini, dopo aver narrato tutte le fasi principali della gravidanza. Facebook, Instagram, in misura minore anche Twitter… Il fenomeno dello Sharenting ormai è così diffuso da spingere diversi studiosi ad un’osservazione più attenta. Se fino a qualche anno fa si aspettava con ansia il famoso ‘debutto nella società’ – tanto atteso con il compimento del 18esimo anno d’età – oggi credo sia possibile parlare di ‘debutto sul web’: che non è indicato da un tempo, ma che avviene ancor prima della nascita di un bambino e che vede attribuirgli un’identità virtuale, senza che gli stessi bambini possano esserne consapevoli”.

L’identità dei bambini e i rischi della sovraesposizione social da parte dei genitori

“In ambito psicologico – continua Chiara Gioia – è noto quanto il processo dell’identità sia una fase delicata della vita, poiché porta a definire il modo di essere di ognuno. Anche per questo è un momento da attenzionare in misura particolare come fase di vita dei propri figli. È indice di passaggio e cambiamento, sotto ogni punto di vista, psico-fisico e socio relazionale. Oggi, però, con la capillarità del digitale è evidente come non sia mai esistita una generazione con un’infanzia tanto sovraesposta come quella attuale: di conseguenza il processo di formazione dell’identità va incontro a numerosi condizionamenti esterni e ‘appunto virtuali’. Se lo sharenting va letto come una modalità comunicativa di stati d’animo ed emozioni – da parte di chi pubblica materiale – ovviamente tale processo genera anche degli effetti consequenziali. Questa continua condivisione social è una pratica controversa, perché porta con sé molte conseguenze derivanti dalla sovraesposizione del minore. Innanzitutto ripercussioni sulla vita emotiva del bambino. Inoltre, si rende sempre più labile il concetto di privacy. Sono, poi, moltissimi i rischi nei quali si incorre sul web, legati appunto alla tutela del minore: poiché chiunque può utilizzare quelle foto a suo piacimento”.

“Bisognerebbe sempre tenere presente che quando i genitori condividono informazioni e immagini dei propri figli online, lo fanno senza il consenso dei figli stessi” . 

Uno studio pubblicato nel 2019, di Gaëlle Ouvrein “evidenzia come i genitori condizionino l’identità o il concetto di sé dei figli, attraverso la pubblicazione dei contenuti che li riguardano. Gran parte degli adolescenti di oggi, infatti, ambisce alla notorietà più di ogni altra cosa. Sempre più giovanissimi desiderano crearsi un’identità virtuale nota, avere migliaia di follower sui propri profili Instagram, ricevere feedback ad ogni singola pubblicazione e così via. Questo perché hanno impressa l’immagine psichica della capacità che passa, attraverso i media, di trasmettere la rappresentazione social che si sceglie per sé stessi. Nutrono la speranza di avere un’attenzione virtuale misurata sul numero di visualizzazioni, Mi piace o commenti. Il rischio, però, da un punto di vista psicologico, è quello di arrivare alla creazione di modelli estremamente diversi dal concetto (ancora attuale?) di impegnarsi nello studio o in campi specifici, per intraprendere ognuno la propria strada lavorativa e di vita”.

 

“Oggi i bambini pensano di poter raggiungere la fama grazie ai social e ad una pubblicazione costante della propria vita privata su Facebook e Instagram”.

“I giovanissimi sono psicologicamente attratti da queste prospettive che proiettano intorno all’uso dei social e credono che si possa raggiungere una sorta di business marketing, mediante la ‘giusta’ presenza su queste piattaforme. Ma che sostanza c’è dietro a tutta questa esigenza di notorietà? Si rischia concretamente che tutto il resto – dallo studio, ai rapporti interpersonali – passi in secondo piano: per dare priorità alle necessità e alle relazioni social”

“Da parte dei genitori – continua la psicologa e psicoterapeuta aquilana – si tratta di ‘usi’ dell’infanzia che, pur senza essere demonizzati e colpevolizzati, necessitano di essere maggiormente attenzionati. Riflessioni genitoriali che è necessario mettano in luce i rischi, sul fatto che a finire potenzialmente nelle mani sbagliate potrebbero essere non soltanto le immagini inserite sui social network, senza restrizioni – e quindi visibili a qualsiasi utente – ma anche quelle diffuse nei gruppi privati o ancora quelle pubblicate impostando con cura i parametri relativi alla privacy del proprio profilo. Una delle principali insidie, purtroppo anche molto frequenti, è legata al furto dell’identità online, al furto delle immagini, alla creazione di una reputazione digitale, alla geolocalizzazione che consente di reperire informazioni sugli ambienti frequentati dai minori. Altro pericolo è il ‘kidnapping’, termine utilizzato per indicare il comportamento di quei soggetti che, lavorando su foto di minori trovate sui social, li rappresentano come se fossero i propri figli. Altra fattispecie criminosa – facilitata dallo Sharenting e punita dal codice penale – è il ‘child-grooming’, termine che indica l’adescamento di soggetti minorenni da parte di persone di età maggiore”.

Genitori social e l’idea del marketing

“Lo sharenting porta a chiedersi dove si pone un limite tra il semplice desiderio di condividere un momento, di narrare sequenze di vita e dove, invece, si sconfina in un prodotto di marketing. Molti bimbi di oggi sono rappresentanti della cosiddetta ‘generation tagged’: la prima generazione a dover vivere, involontariamente, una continua documentazione della propria esistenza sui social media. Vari studi americani parlano di un’alta percentuale di genitori che fanno uso dei social media per confrontarsi sui temi della genitorialità e per condividere, con amici e parenti, contenuti e ricordi relativi ai propri bambini. In quest’ottica il fenomeno Sharenting rappresenterebbe anche un modo per ridurre le proprie preoccupazioni sul ruolo di genitori. Gli studi più recenti hanno indagato, inoltre, sul ruolo della madre, individuando una maggiore vulnerabilità cui sarebbero esposte le neo-mamme.

Nell’analisi sui cambiamenti che, in modo particolare negli ultimi anni, hanno interessato la ‘spettacolarizzazione’ condivisa della maternità e i primi anni di vita dei bambini, si deve ovviamente considerare il mutato contesto storico rispetto al passato.

Un contesto in cui la stessa società è profondamente cambiata. “Si riscontra – conclude Chiara Gioia – una cultura del narcisismo, recentemente tornata in auge. Ma di narcisismo esiste una forma sana, cioè l’amore per sé stessi, e una forma che tende a sconfinare nell’eccesso, portando il soggetto a sentire un costante bisogno di affermazione e di apprezzamento. Ciò potrebbe condurlo a concentrarsi così tanto su sé stesso, rischiando di perdere di vista l’altro e percependolo soltanto in funzione dell’ammirazione che riesce a trasmettergli. E proprio alla base di questa nuova cultura del narcisismo ci sarebbe la celebrazione del proprio Ego, attraverso l’uso delle tecnologie digitali.

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Confident french woman posing with kissing face expression. Studio shot of lovely female model in red beret expressing love while making selfie.

Selfie, filtri e labbra ritoccate tra le giovanissime: così nascondiamo le insicurezze

Foto ritoccate, selfie, filtri Instagram che cambiano i connotati ed ora la la Rich Girl Face, cioè la medicina estetica per assomigliare a ragazze famose. C’è una smodata fame di bellezza nella nostra società, ma si fa fatica a riconoscerla. Una bellezza standard: suggerita non più dalle dee dipinte sui quadri, ma dai selfie che si susseguono sui social. E pazienza se, un giorno, sembreremo tutti uguali.

Dove non arrivano i filtri arrivano i trattamenti. Emerge il fenomeno della “Rich girl face”: il 42esimo Congresso nazionale della Società di Medicina Estetica, tenutosi a Roma, ha evidenziato come sempre più adolescenti chiedano al medico estetico di trasformare la propria immagine per assomigliare a ragazze ricche e famose. Come? Grazie a labbra gonfie e zigomi pronunciati. Trattamenti, un tempo nascosti, oggi ostentati tramite social.

Un fenomeno, quello delle Rich girl Face – terminologia coniata dal chirurgo plastico tedesco Dirk Kremer per Glamour UK – che interessa soprattutto le ragazze under 30.

“Oggi si rincorre l’ideale di perfezione esteriore, ci si preoccupa della forma molto più dei contenuti. Si stenta invece a inseguire il progresso, che non è certamente mera forma“. A parlare alla redazione del Capoluogo è la psicologa e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia.

“La fame di bellezza è sempre esistita, ma soprattutto oggi viene confusa per semplice edonismo, vanità. Il concetto del bello rimanda all’armonia e riguarda una necessità dell’essere umano. Sentirsi bello è indispensabile al suo equilibrio psicologico e sociale. E il desiderio di bellezza che si registra al giorno d’oggi è una rincorsa a un’idea di perfezione veicolata sempre più dai social network. In questo modo ci si allontana dal concetto di progresso e si torna alla rigidità di canoni imposti, di cui si rischia di diventare schiavi. Logicamente, infatti, inseguire canoni prestabiliti da una società in cui l’immagine la fa da padrona conduce all’omologazion

Oggi, quindi, la società è il riflesso di tutto questo: ma ci sono delle conseguenze. “Questa fame di bellezza e questa rincorsa all’esteriorità e a un’apparenza che prevale sull’essenza, cosa vanno ad offuscare? Eventuali disagi interiori, che vengono così soffocati nel tentativo di sentirsi meglio inseguendo idee di perfezione. La  vera essenza del reale concetto di bellezza, però, non consiste nel raggiungere una perfezione che non esiste, ma nel raggiungere il progresso: inteso come crescita individuale e personale, grazie ad un vero equilibrio intrapsichico“, continua Chiara Gioia.

 

“Il concetto di bellezza, va precisato, non rimanda soltanto all’ideale descritto dai canoni estetici, ma – anche e soprattutto – al principio di bellezza interiore. Come facciamo un qualcosa, come approcciamo al lavoro e tutte le caratteristiche che più rispecchiano il nostro modo di essere. Va bene la cura del corpo, ma essa non può essere priva dell’attenzione all’anima mundi. Possono esserci i tutti i ritocchi del mondo, ma la forma esteriore se manca qualità al suo interno diventa solo una sorta di schermata superficiale: bella sì, ma fine a sé stessa”.

Cosa si intende per Anima Mundi?

“Il concetto di bello è riferito a qualcosa che sia ben proporzionato al nostro equilibrio intrapsichico.
Nella lingua italiana ‘bello’, a livello culturale, indica non solo ciò che risulta piacevole ai sensi, ma anche qualità più generali, ad esempio ciò che il bello suscita nell’animo umano. La bellezza riguarda il nostro modo di vivere e di stare al mondo. Qui si inserisce il concetto del ‘Fare Anima’, quindi dell’anima mundi: facendo chiaro riferimento alla realizzazione dell’umanità di ciascuno. Tutti siamo contagiati e/o condizionati dal senso di bellezza, che diventa tutt’uno con l’anima stessa della persona. Il ‘fare anima’ implica inevitabilmente i luoghi dell’anima e le rispettive cure. Tali luoghi vanno frequentati, visitati, compresi nel loro significato e resi propri. Ed è qui che l’anima utilizza un linguaggio per esprimere aspetti di sé, di riflessione sul senso della vita e del mondo: esistono luoghi privati e collettivi anche a livello intrapsichico, così si completa il concetto autentico di bellezza, che è anche e soprattutto quella sostanza che riempie la forma“.

 

La bellezza, il potere delle foto (e dei selfie) e i pericoli dietro i filtri

Sentirci belli ci fa sentire desiderati e desiderabili. Quindi, il nostro senso del bello ci conduce a renderci attivi socialmente. Il fenomeno dei selfie è entrato ormai appieno nel modo di vivere della maggior parte delle persone, seguendo l’evoluzione della foto stessa, che ha avuto un’autentica metamorfosi. La foto è un modo per conoscere: una modalità che permette, cioè, di fissare attimi di vita – individuale e collettiva – emozioni, sensazioni e ricordi, a livello manifesto. Del resto, l’uomo è fatto di immagini e senza di esse tende a smarrirsi, a livello identitario e di coscienza”.

I selfie oggigiorno, però, sono accompagnati sempre più spesso da un uso dei filtri addirittura disfunzionale, “molto probabilmente legato a forti insicurezze che, nei casi più estremi, portano alla non accettazione di sé o addirittura a disturbi alimentari o a stress psicologico. Uno stress legato al non raggiungimento di quella finta immagine che in realtà si desidera tanto avere“.

“Alcuni studi scientifici evidenziano un incremento di personalità narcisista. Infatti, il processo dei selfie ha il potere di unire la forza dell’autoritratto con una comunicazione virtuale sicuramente amplificata, che è in grado di offrire, soprattutto ai più giovani, uno strumento molto efficace per poter oggettivare e raccontare in modo non sempre e/o del tutto vero ciò che risiede nei nostri luoghi psichici. I selfie, soprattutto se modificati dai filtri, sono – così come le foto – degli strumenti espressivi che hanno il potere di modificare ciò che si intende far arrivare agli altri e non mostrare la genuinità, l’essenza di ciò che realmente si è. Allo stesso tempo i selfie degli altri ci consentono di comprendere quali sono le modalità che vengono maggiormente accettate dal collettivo, ma con il rischio di far sottacere l’anima mundi”.

 

I filtri per nascondere le vulnerabilità

“Se la logica dell’avere prevale oggi su quella dell’essere, altresì la logica dell’apparire prevale sulla logica dell’essenza di ognuno. È un meccanismo fin troppo comune quello di modificare la propria vita e la propria immagine sui social: dove la vulnerabilità sembra essere vietata e stigmatizzata“, continua la psicologa aquilana Chiara Gioia.

 

“Sono stati effettuati già vari studi scientifici che evidenziano possibili derive sintomatologiche nelle persone che tendono ad agire con l’uso di filtri tecnologici sulla propria immagine corporea: quasi a voler soffocare il ‘fare’ anima. La sintomatologia potrebbe includere depressione, ansia, disturbi del comportamento alimentare o disturbi legato alla dismorfofobia, cioè il non accettare il proprio corpo, vederlo non equilibrato e trovarlo sproporzionato nella sua totalità”. 

 

Anche la prova costume diventa uno scoglio da superare, a prova di social e post Instagram “inseguendo personaggi noti che dipingiamo come icone e modelli di perfezione. Questo poiché non accettiamo gli eccessi, le imperfezioni, la dinamicità e il cambiamento a cui il corpo dell’uomo è soggetto, anche a seguito di dinamiche e processi naturali, come il tempo che passa.

 

“Se una donna di spettacolo torna sullo schermo dopo una gravidanza, con qualche chilo in più, finirà inevitabilmente per essere oggetto di critiche sul suo aspetto fisico: come se il suo canone di bellezza non corrispondesse più ai canoni televisivi. Non si accettano le modifiche del proprio corpo e, spesso, di quello altrui. Chi dice o stabilisce, però, che per apparire in televisione bisogna avere le misure di una modella? Tutto ciò è indice di una bellezza intrapsichica che non è stata mai nutrita: volersi modificare totalmente vuol dire non accettarsi, è un segnale dell’assenza di equilibrio interiore. La stessa bellezza dei luoghi fisici, quindi un esagerato impegno nella cura della nostra casa, del nostro giardino può essere il riflesso di ciò che abbiamo dentro: chi non accetta il disordine fisico, probabilmente si trova a combattere con un suo caos intrapsichico. Bellezza è armonia ed equilibrio, fuori e dentro“, conclude Chiara Gioia.

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L’informazione ai tempi della pandemia, abbuffarsi di notizie ci fa sentire potenti

Quante ore al giorno trascorriamo con l’indice che scorre in alto e in basso, sul display del nostro telefonino? Tante, anche se evitiamo di contarle. È così che il mondo entra in casa nostra, attraverso l’informazione. Ogni notizia ci arriva davanti, basta un click. E l’emergenza Covid19 ne è stato l’ennesimo esempio. Da un lato c’è chi scrive, dall’altro chi legge, legge e legge ancora su bacheche social invase di “ultim’ora”.

 

Non è un caso se la stampa è stata storicamente definita, da alcuni, “Quarto Potere”. Del resto, l’informazione ha un’influenza innegabile sull’opinione pubblica, poiché il giornalismo ricopre il ruolo di raccontare, spiegare, aggiornare, informare i cittadini su tutti quegli ambiti d’interesse che coinvolgono le diverse fasce della popolazione.

 

“Tra i principali motivi che portano le persone a scegliere una costante esposizione al flusso di informazioni e notizie, c’è il valore che quelle stesse informazioni assumono. Sono una sorta di ‘moneta sociale’: cioè  argomentazioni di discussione, che fungono da collante per il gruppo”, ci spiega la psicologa e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia.

 

Sta tutta qui l’importanza dell’informazione e dell’essere costantemente informati. Dalla cronaca all’attualità, dalla sanità all’economia, dalla cultura allo sport, dagli esteri alla politica. Orson Welles ne fece un film, dal titolo italianizzato, appunto, di ‘Quarto Potere’. La storia di una forza: quella della stampa e di un sistema comunicativo che, tuttavia – soprattutto nelle delicate e complesse fasi emergenziali, come il Covid – può inciampare e scivolare nell’eccesso. Nei giorni delle polemiche sui limiti di un diritto di cronaca sempre più a libera interpretazione – seguiti alla pubblicazione del video in cui la funivia del Mottarone cade, portando via con sé 14 vite spezzate – l’attenzione sui Media è tanta.

 

Solo pochi giorni fa, inoltre, il malore improvviso del calciatore danese Christian Eriksen, durante il match di Euro 2020 Danimarca-Finlandia, è andato in onda in diretta tv. Si è trattato di un episodio improvviso – è vero – avvenuto nel corso di una partita; ma qualche immagine scattata e trasmessa è sembrata poco rispettosa della privacy del giocatore e, logicamente, dei familiari che hanno assistito alla scena da dietro uno schermo: con teli bianchi e una bandiera a fare da scudo ad immagini delicate.

Eppure, storicamente, casi di cattiva informazione come avvenuto con l’incidente di Alfredino, caduto nel pozzo, hanno segnato la categoria: dando avvio a una ricca stagione di regolamentazione dell’etica giornalistica e segnando limiti ben precisi alla libertà d’informazione.

 

Perché essere informati ci fa sentire potenti?

“Acquisire informazioni ha insita l’dea di un potere individuale all’interno della società. Se un individuo è informato tende a percepire un’implementazione del proprio status sociale. Tuttavia, il sistema di informazioni può mostrarsi vacillante nell’era dei social: con numerosissime testate web e, di conseguenza, miriadi di informazioni che variano anche da un giornale all’altro, spesso in un arco temporale molto breve. Tanto da generare conoscenze fragili, instabili, che a loro volta inducono gli individui a continuare ad avere fame di informazioni.

La parola informazione deriva dal sostantivo latino Informatio (-nis): dal verbo informare, nel significato di dare forma alla mente, istruire, insegnare. L’azione dell’informare intende il dare forma e struttura a qualcosa

La necessità d’informazione può diventare, allora, quasi una pulsione.

“Se la fame colma un vuoto, agisce in modo simile la fame d’informazione. Il bisogno fisiologico, però, tende ad esaurirsi dopo aver soddisfatto le carenze biologiche – parlo quindi di fame, sete, sessualità… – mentre la pulsione ha la peculiarità di restare. Resta e cerca ulteriore soddisfacimento a prescindere da quello fisiologico. Così si può leggere l’avere fame di informazione: come metafora del non sentirsi mai sazi. Si cerca di ottenere sempre di più, spinti da una pulsione irrefrenabile che può avere origine da una mancata soddisfazione, del non sentirsi ‘nutriti’ abbastanza di una parziale o mancata forma. Se il cibo, quindi, ha un alto valore simbolico, di nutrimento, convivialità, abbondanza e socialità, così è anche per l’informazione: che diventa ritualizzazione di una ricchezza a livello individuale e sociale”. 

La troppa informazione e l’ansia che cresce

“Essere troppo informati e sovraccaricarsi di informazioni potrebbe nuocere al nostro benessere psicologico. Benché essere informati ci faccia sentire al sicuro e ci dia gli strumenti per sapere come affrontare una crisi o per rispondere a domande e dubbi che ci affliggono, troppe informazioni – soprattutto riguardanti situazioni negative – possono avere effetti psicologici avversi”. 

Effetti avversi che potrebbero interessare, soprattutto, chi vive l’attività di informarsi e di essere informato in modo disfunzionale. Cioè chi non è mai sazio di notizie e, in specie, di aggiornamenti su un determinato argomento. “È un meccanismo che si attiva soprattutto nelle persone ansiose. ‘Acquisisco tante informazioni e resto sempre informato, così placo la mia ansia’: è ciò che pensano in molti, ma sbagliano. Perché più ci si informa in continuazione, più – al contempo – continuano a mancare i giusti canali di decodifica di tutte le informazioni assunte e più l’ansia aumenta“. 

Il Doomscrolling, “la moda dell’abbuffarsi di notizie negative”

«Annegare lentamente dentro delle specie di sabbie mobili emotive, abbuffandosi di notizie negative». Si tratta di un fenomeno comune, tanto che ormai c’è un termine per definirlo: “doomscrolling”. Ne ha scritto Brian X. Chen sul New York Times. Chen ha osservato come – secondo alcuni dati raccolti da ricercatori – durante il lockdown il nostro tempo davanti allo schermo del telefono sia aumentato di almeno il 50 per cento.

informazione covid19

“Attualmente, il termine che si utilizza per indicare questo atteggiamento – più comune di quanto non si creda – è ‘Doomscrolling’: concetto menzionato per la prima volta su Twitter nel 2018. Anche se già con il tristemente noto crollo delle Torri Gemelle, nel 2001, è stato riscontrato un simile atteggiamento nei soggetti più inclini e più sensibili. Questi hanno manifestato un bisogno che va oltre la normale esigenza di informarsi: espresso consultando quasi compulsivamente le informazioni, i dati, le notizie“. 

 

“Il termine Doomscrolling è oggi popolare: che si stia scorrendo il social media preferito – Facebook, Twitter, Linkedin o Instagram – o semplicemente si stiano seguendo le notizie sul web si tratta sempre di doomscrolling ed è, ovviamente, logico collegare questa abitudine anche alla crescente diffusione del giornalismo via social, accentuatasi nell’ultimo decennio e diventata, oramai, la forma di giornalismo dominante”.

Informarsi sulle notizie negative: l’arma dei maniaci del controllo per non farsi trovare impreparati

“Si crea un circolo vizioso: una dinamica problematica tipica del soggetto ansioso, il quale continua ad essere insaziabile di notizie. Un processo favorito dallo sviluppo di nuove tecnologie, che – se non utilizzate in modo sano – generano nei soggetti impatti emotivi significativi. Questo bisogno di informazione rischia di innescare comportamenti di natura compensativa, come succede nelle persone che hanno problemi con il cibo o con l’alcoolÈ come se psichicamente si fosse attratti e sedotti dai segnali provenienti da cluster di informazioni negative, che vengono percepite come una minaccia dalla quale difendersi. Un problema che interessa, soprattutto persone iper-controllate: coloro che vogliono tenere tutto sotto controllo. Volontà che li porta ad avere un’ansia alla base che si nutre anche dell’informazione sui temi che più sono di loro interesse”. 

Si può parlare di dipendenza?

Scientificamente non si può fare una diagnosi, ma ci sono alcune caratteristiche similari a un bisogno disfunzionale che si avvicina sicuramente a una tipica dipendenza. Essendo, tuttavia, una criticità nuova e attuale c’è sicuramente bisogno di tempo per far sì che il problema venga eventualmente inserito, ad esempio, nel contesto specifico di un Manuale diagnostico-statistico”. 

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Haters, l’odio anonimo dei leoni da tastiera: cosa c’è dietro

“Sei di plastica”, “Sei grassa come una balena!”, “Ma come ti conci? Sei una mamma!”, “Sei solo f*****, contro natura!”. “Parassiti, rimandateli a casa sui loro barconi”. Dall’invidia, al razzismo, dall’omofobia al semplice odio social: il peggio dei media, spesso, si può racchiudere nella violenza linguistica degli Haters. Persone che spesso, però, non si accorgono che ‘gli altri sono anche loro’.

Chi sono gli Haters? Odiatori seriali che sul web hanno trovato la loro piazza dello scherno preferita e che si nascondono dietro un profilo social, frequentemente falso.

Da dove nasce tanto odio? E perché, sul web, spuntano Haters e Leoni da tastiera come funghi? Ne abbiamo parlato con la psicologa e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia. 

“Vengono definiti Leoni da tastiera coloro che provano piacere nel deridere e insultare gli altri, senza poter essere identificati. Quasi come fosse un mestiere che abbia finalità ultima quella di postare e commentare sui social – e in generale sul web – argomenti ‘scomodi’ per il riconoscimento collettivo, attivando ciò che nel gergo virtuale viene definita shitstorm“. 

Una tempesta di odio, in cui ogni goccia è un mix di denigrazioni, insulti, offese. Espressioni di un odio che riesce ad esprimersi e consumarsi nel mondo virtuale: una dimensione nel quale, spesso, si ha la convinzione che tutto sia concesso“.

L’attività degli haters – spiega Chiara Gioia – è un chiaro riferimento dell’impatto che un mezzo, quale il web, ha sulla mente umana. L’avvento di internet ha comportato un passaggio da una cognizione sociale ad una cognizione virtuale. Sono venute meno, cioè, la bellezza e l’importanza di viversi rapporti diretti: cogliendone le vere emozioni, le sensazioni, i sentimenti. Ciò ha fatto sì che si alimentassero atteggiamenti disfunzionali, come quello tipico degli haters”.

“Il comportamento degli haters si nutre del fato che il male fa più notizia del bene, quindi richiama maggiormente l’attenzione. Mentre il bene è discreto, nascosto. Come recita un aforisma attributo a Lao Tzu: «Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce»”.

E a fare rumore, nelle ultime settimane sono state due polemiche che hanno visto gli Haters di nuovo al centro dell’attenzione. La prima, ha riguardato il tema del Catcalling, chiamato in causa dalla giovane Aurora Ramazzotti, ora tra Le Iene dell’omonimo Programma Mediaset. Le è bastato lamentare i fischi e le urla lanciatele per strada, ogni giorno, mentre va al parco a correre per essere sommersa dagli insulti social.

Qualche settimana fa, invece, un’altra polemica ha coivnolto la giornalista del Corriere della Sera Elvira Serra, pesantemente criticata e insultata dopo aver scritto un articolo su Luana D’Orazio, la mamma 22enne inghiottita e uccisa da un orditoio, nella fabbrica in cui lavorava a Pistoia.

Ma perché tanta facilità d’odio e tanta violenza nelle parole?

Haters, “l’arma” dell’anonimato è l’incentivo a non avere freni

I social hanno visto, nel tempo, il proliferare di profili falsi: creati per avere un’identità virtuale non riconducibile alla propria. E proprio queste numerose “identità non definite unite alla possibilità dell’anonimato diventano potenti strumenti per poter umiliare altre persone, ovviamente online. Di conseguenza, la de-individuazione si trasforma nell’arma di cui molti si avvalgono per far emergere l’odio e l’ira che albergano dentro ogni psiche, ma che spesso non sono riconosciuti né, quindi, canalizzati”. 

L’odio per ciò che siamo, ma che non accettiamo

L’odio social si manifesta attraverso l‘hate speech, il ‘linguaggio’ degli haters. Secondo l’Enciclopedia Treccani si tratta “nell’ambito dei nuovi media, di quell’espressione di odio e incitamento all’odio di tipo razzista, tramite discorsi, slogan e insulti violenti, rivolti contro individui, specialmente se noti, o intere fasce di popolazione (stranieri e immigrati, donne, neri, omosessuali, credenti di altre religioni)”.

Ma cosa odiamo? “La psicologia dello sviluppo mette in evidenza come l’odio sia una chiara espressione di una carenza riguardante l’integrità della psiche: ad esempio la svalutazione dell’altro, la proiezione con cui si nega la presenza in sé di sentimenti e aspetti inaccettabili, attribuendoli all’altro. Un ‘Altro’ che viene per questo rifiutato. In tal modo, distruggendo l’altro, anche quella parte che ci portiamo dentro – ma che occultiamo – viene eliminata”, evidenzia la psicologa e psicoterapeuta Chiara Gioia.

“Quella degli haters sembrerebbe essere un’emotività incontrollata”

“L’essere umano è complesso ed è complesso il nostro teatro psichico interno. Odio e amore non si escludono: possono coesistere. Ma bisognerebbe lavorare psicologicamente sui propri lati oscuri, che si rifiutano o si è convinti di non esser parte integrante di noi stessi. I cosiddetti lati Ombra: vale a dire la sede in cui albergano le passioni negative, forti o deboli che siano, ma ineliminabili. Ne deriva la difficoltà di gestione di queste passioni distruttive, soprattutto se non sono riconosciute. Perché – è Jung a ricordarcelo – quando esse provengono dalle profondità dell’inconscio e contengono tracce malate, si manifestano in modo deformato”.

“La difficoltà maggiore sta nel saper canalizzare tali sentimenti disturbati. Viceversa lo sviluppo tecnologico e oggi Internet ci consentono di esprimere con facilità e senza freni le pulsioni che albergano nella nostra psiche. L’ombra, tuttavia, non è solo un vaso di Pandora che contiene tutti quei mali negati e rimossi: nel suo fondo si possono trovare anche parti della nostra personalità utili, creative, genuine, che per varie ragioni abbiamo tagliato via da noi stessi, a volte a caro prezzo per la nostra individuazione personale”.

Odio e Ira, come imparare a distinguerli

L’odio è un “sentimento di forte e persistente avversione, per cui si desidera il male o la rovina altrui” (Treccani). Può essere rivolto a gruppi, famiglie e clan e può avere alla base motivazioni di varia natura: culturale, razziale, religiosa, storica.

“La forza rilevante di questo sentimento è dovuta al fatto che non si ha a che fare con una emozione primaria, ma piuttosto con una miscela variegata di sentimenti e atteggiamenti, frutto della personalità, della storia e delle relazioni dell’individuo. Le molteplici manifestazioni dell’odio hanno alla base delle peculiarità ben specifiche, come ad esempio la passione e la potenza legate alla decisione, ovvero il poter decidere, in questo caso, chi, come e perché attaccare l’Altro: diverso e per tale motivo inconcepibile da accettare“.

In cosa l’odio è diverso dall’ira? 

“L’odio è freddo, programmato nella sua attuazione: come avviene ad esempio nella modalità persecutoria degli stalker, oppure nella pianificazione di atti terroristici. Lo si può, comunque, esprimere in maniera emotiva se unito all’ira, con cui ha analogie e differenze”, spiega ancora la psicologa e psicoterapeuta aquilana.

L’ira, come l’odio, nasce da una tristezza presente nell’animo, per un danno subìto o per la perdita di un bene ritenuto importante. Da qui emerge la volontà di intervenire sulla situazione per cambiarla a proprio favore. Il sentimento dell’ira è mosso da una richiesta di giustizia. Ira che si differenzia dall’odio perché è concreta e individuale: legata a una persona o a un avvenimento preciso. L’odio invece è generalizzato, rivolto a un’intera classe sociale o categoria di persone. Inoltre, l’ira esprime un dolore occasionale, che con il tempo tende a scomparire, cosa che invece non accade nell’odio, che è permanente e pecca nella capacità di valutazione e ponderazione propria della ragione. Chi ne è succube tende ad essere unilaterale, incapace di differenziare”.

Cosa vuol dire essere incapaci di differenziare? “Non riuscire a distinguere le nostre parti intrapsichiche. Perché le rappresentazioni psichiche legate all’odio tendono ad essere oppositive, dividendo la narrazione in valutazioni nette: in termini di buono/cattivo, giusto/sbagliato. Per provare a superare queste problematiche, servirebbe un percorso in terapia”.

L’ira, al contrario – continua Chiara Gioia – ‘si rivolge sempre al singolare concreto’. Se l’ira è impetuosa, del resto, è pur vero che si arresta una volta che ha ottenuto giustizia, mentre l’odio non conosce la pietà e, anche una volta annientato il suo oggetto, non sembra affatto trovare pace. Esso piuttosto cresce con il tempo, fino a diventare l’unica modalità di valutazione e azione, e termina soltanto con la distruzione di colui che lo coltiva. L’ira può comunque essere alla base dell’odio, nel momento in cui degenera e perde la misura e il controllo. Ad esempio la stessa bellezza può essere considerata offensiva per chi se ne ritiene privo“. 

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Cybersex e sexting, quando anche il sesso diventa virtuale

Internet come risposta a tutto, anche al sesso. Il 25% nelle ricerche sui siti web è di tipo pornografico e in tempi di Covid la sessualità è diventata spesso contactless, cioè virtuale. Lo dimostrano i dati in aumento su Cybersex e Sexting: strascichi e conseguenze dei contatti sociali vietati.

Cybersex e Sexting, cosa sono? Innanzitutto è bene precisare che non si tratta della stessa cosa.

Il Cybersex è “l’uso di siti per adulti, finalizzato ad avere relazioni sessuali virtuali. Messaggi con contenuti espliciti, fantasie erotiche, scambia di email o annunci per incontrare partner sessuali, masturbarsi davanti a una webcam”, ci spiega la psicologa e psicoterapeuta aquilana Chiara Gioia.

Il Sexting, invece, “non va reso in senso interscambiabile con il concetto di Cybersex”, spiega ancora Chiara Gioia. “Per sexting, infatti, si intende quella pratica tesa ad inviare testi, messaggi, video o immagini a contenuto sessuale esplicito, attraverso l’uso di dispositivi informatici”.

Entrambe le pratiche possono causare dipendenza. 

“Le tre componenti principali che favoriscono questi comportamenti sono:

l’anonimità, la possibilità di avere un’identità virtuale diversa da quella reale“,

-la convenienza, basti pensare alla facilità dell’accessibilità,

– l’evasione, almeno apparente, dai problemi della vita quotidiana e da eventuali sofferenze. Il cyber-sex, infatti, può accompagnarsi a disfunzioni nella sfera emotiva in ambito e familiare e socio-relazionale”.

Cybersex, il sesso sempre più online durante la pandemia

I dati disegnano un quadro piuttosto chiaro: ogni secondo 28.258 persone stanno guardando contenuti pornografici in tutto il mondo del web, ogni giorno appaiono su internet 266 nuovi siti porno.

Un porno sempre più di tendenza, stando ai numeri, soprattutto in tempi di pandemia.

Perché, a prescindere dalla pandemia, si tende sempre più a prediligere relazioni virtuali che reali?

Nella relazione virtuale è possibile esercitare maggiore controllo, maggiore libertà di scegliere e di fare azioni (o prestazioni) che non faremmo mai nella vita reale. Una relazione reale, inoltre, implica incontri, confronti, aspettative, paura di deludere o di restare delusi, flussi di emozioni più coinvolgenti. Cybersex e Sexting portano l’individuo ad interfacciassi con la paura: la paura dell’altro, di esporsi e non essere accettati così come si è e, di conseguenza, di restare soli. Paure che l’individuo incontrerebbe con i rapporti reali“. 

E poi c’è stato l’effetto Covid. “È facile immaginare che, in questo delicato e particolare periodo storico, l’emergenza sanitaria abbia obbligato tutti a mediare le relazioni tramite lo schermo di un computer o di un telefono, alimentando questi fenomeni virtuali. Da un lato il web si è costituito e si costituisce come una risorsa contro la carenza di stimoli della pandemia; dall’altro rischia di amplificare i fenomeni di Internet Addiction. La tecnologia, che all’alba di questa pandemia è apparsa come il salvavita delle relazioni sociali e affettive, se non viene usata con consapevolezza e responsabilità, potrebbe mostrare un ulteriore lato oscuro”.

Cybersex, non sempre è una dipendenza

Parlare di cyber sex non vuole dire necessariamente parlare di dipendenza. Infatti, quando parliamo di dipendenze, facciamo riferimento a tutte quelle alterazioni del comportamento che trasformano un atteggiamento in una ricerca costante e patologica del piacere, attraverso mezzi, sostanze o comportamenti. In questo modo, chi ne è affetto perde il controllo sull’abitudine sviluppando questa condizione. Le dipendenze possono riguardare diversi atteggiamenti e possono essere legate a diverse sostanze: si può parlare, ad esempio, di dipendenze da sostanze stupefacenti, dipendenze alimentari, relazionali, tecnologiche o sessuali“.

La dipendenza da sesso virtuale fa riferimento ad un tipo di dipendenza di natura sessuale

“Chi ne soffre vive una dipendenza da attività sessuale virtuale su Internet, che può innescare varie problematiche a livello economico, fisico e psicologico. La dipendenza si manifesta mediante tutte quelle attività che possono essere svolte su internet come ad esempio videochiamate, chat erotiche, sesso telefonico o virtuale attraverso webcam. Vivere questa dipendenza genera nell’individuo un insieme di sensazioni che consentono la libertà di esternare fantasie e pensieri che, nella vita quotidiana, vengono spesso represse o limitate. Possono anche non essere gestite in modo funzionale per la paura del giudizio e del rifiuto da parte della collettività“, ci spiega la psicologa e psicoterapeuta.

La dipendenza da attività sessuali virtuali è riconosciuta come cybersexual addiction e ha luogo quando la persona ricerca e utilizza il materiale erotico disponibile sul web in modo sempre più compulsivo, fino a considerare queste pratiche la principale e, talvolta unica, fonte di gratificazione sessuale. La conseguenza di tutto ciò è un sempre maggiore isolamento del soggetto, un graduale disinvestimento sul partner reale, la presenza di sensi di colpa e vergogna sempre più pervasivi, che contribuiscono ulteriormente all’isolamento sociale della persona“.

Accanto al fenomeno del Cybersex c’è la pratica del Sexting, molto diffusa soprattutto tra i giovani

“Il Sexting è particolarmente diffuso tra preadolescenti e adolescenti tra il 12 e il 17 anni, per varie ragioni, quali ad esempio il fatto che la conoscenza del sesso tramite web è immediata e di facile accesso, inoltre spesso è al di fuori del controllo degli adulti, porta ad un soddisfacimento sessuale più rapido, protegge dalle potenziali e più probabili delusioni che derivano dal mettersi in gioco in una relazione reale”.

Anche il sexting porta con sé una serie di conseguenze negative

“Come perdere il controllo sul materiale inviato, col rischio che venga diffuso in modo eccessivo e inaspettato, essere soggetti a umiliazioni e prese in giro da parte dei pari (si parla in questo caso di cyberbullismo), con conseguente isolamento sociale e vissuti di vergogna, senso di colpa, depressione e inadeguatezza. C’è poi il rischio di essere esposti a tentativi di estorsione o diffusione di materiale pornografico minorile (reati per i quali anche i minorenni sono penalmente perseguibili)”.

Cybersex e Sexting, la lettura psicologica

“Il web può aprirci a un mondo online del porno che è sconfinato e non pone alcun limite alla fantasia erotica. Un’ampia scelta che può generare lunghe ore di ricerca del materiale online che, ripetendosi, possono assumere carattere compulsivo e quindi di dipendenza”. 

Gli utenti percepiscono il loro computer come una estensione della loro mente e della loro personalità, uno “spazio” che riflette le loro inclinazioni, attitudini e interessi. Ecco quindi che, in una visione particolarmente psicoanalitica, il computer e di conseguenza il cyberspazio possono essere considerati come un tipo di ‘spazio transizionale’, quindi una estensione del mondo intrapsichico dell’individuo. Esso può essere sperimentato come una zona intermedia tra sé e l’altro. Comunicare on-line, infatti – conclude Chiara Gioia consente di proiettare sull’interlocutore, che non ha un’immagine ben definita, fantasie e desideri. Le interazione on-line possono essere classificabili lungo un continum che va dalla semplice curiosità al coinvolgimento ossessivo”.

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